L’importanza delle parole: intervista sulla comunicazione nella comunità educante.

Pubblicato il da Germana Bevilacqua - Scuola e Università

L’importanza delle parole: intervista sulla comunicazione nella comunità educante.

Giovanni Fioravanti, pedagogista e autore di numerosi saggi, mette in discussione il concetto di “comunità educante” e solleva importanti interrogativi sulla sua effettiva portata pedagogica. Secondo Fioravanti, attribuire a una comunità l’intenzione educativa implica la definizione di finalità educative e valori condivisi, che potrebbero limitare la libertà di chi non vi aderisce.

Inoltre, il pedagogista evidenzia il rischio che dietro espressioni come corresponsabilità e alleanza si nasconda una forma di conformità intenzionale, che può essere veicolata in modo non autoritario. Questa normatività implicita potrebbe essere poco visibile all’interno di una comunità educante, che si caratterizza invece per concetti rassicuranti come cura e collaborazione.

Fioravanti sottolinea l’importanza di rendere visibile il potere educativo e di interrogarne le dinamiche, prendendo spunto dalla riflessione di Michel Foucault sull’organizzazione del potere attraverso pratiche di osservazione e valutazione. In questo contesto, la scuola assume un ruolo significativo nel governo delle condotte e nell’esercizio del potere educativo.

Da qui nasce la riflessione sull’opera di Ivan Illich e sulla critica alla pedagogizzazione integrale dell’esperienza, che potrebbe trasformare ogni attività in un progetto formativo. Si pone quindi l’interrogativo se sia possibile imparare senza che l’apprendimento sia stato programmato in anticipo.

Muovendosi verso una prospettiva più democratica, il pedagogista fa riferimento alle idee di John Dewey e Paulo Freire, che enfatizzano il ruolo dell’esperienza condivisa e della partecipazione attiva nella trasformazione della comunità. La critica alla conformità e l’accento sull’autonomia e il dissenso caratterizzano queste prospettive educative alternative.

Infine, Fioravanti invita a riflettere sul concetto di “diritto a non essere continuamente educati”, sottolineando la necessità di preservare spazi di libertà e di esperienza non pedagogizzata. Propone l’adozione di nuove formule come “ecosistema educativo” o “spazio pubblico educativo”, che tengano conto della diversità e del pluralismo presenti nella società contemporanea.

In definitiva, l’educatore dovrebbe favorire l’autonomia del soggetto e costruire le condizioni perché possa sviluppare la capacità di giudizio critico e di partecipazione attiva nella trasformazione della comunità, senza forzarne la conformità.

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