20 ottobre 1958, nasceva Viggo Peter Mortensen Jr | Ripercorriamo la sua carriera

Pubblicato il da Anna Gaia Cavallo - aggiornato il - Tv e Spettacolo

20 ottobre 1958, nasceva Viggo Peter Mortensen Jr | Ripercorriamo la sua carriera

Il 20 ottobre 1958, a New York, nasceva Viggo Peter Mortensen Jr., un attore destinato a costruire una delle carriere più singolari del cinema contemporaneo. Prima di diventare Aragorn, il re di Gondor della trilogia de Il Signore degli Anelli, Mortensen aveva già attraversato generi, registi e personaggi molto diversi. E dopo aver conquistato il mondo nei panni dell’eroe di J.R.R. Tolkien, invece di lasciarsi definire da quel successo, avrebbe scelto ancora una volta la strada più difficile.

La sua filmografia racconta infatti un interprete poco interessato alla ripetizione. Dal cinema indipendente ai grandi kolossal, dai personaggi tormentati di David Cronenberg alle storie familiari di Captain Fantastic, fino a Green Book, Mortensen ha costruito una carriera nella quale il successo commerciale non ha mai cancellato la ricerca artistica. Il BFI lo descrive proprio come un interprete capace di muoversi con naturalezza tra blockbuster fantasy, cinema indipendente e arthouse.

Ma raccontare Viggo Mortensen significa anche andare oltre il cinema. È fotografo, poeta, pittore, musicista e autore, attività che hanno accompagnato il suo percorso cinematografico e contribuito a definire una personalità creativa difficilmente racchiudibile nella sola parola “attore”. La sua carriera è quella di un artista che non ha mai smesso di cercare un’altra forma per raccontare il mondo.

New York, Danimarca e Argentina: le radici di un artista senza confini

Viggo Mortensen nasce a New York nel 1958, ma la sua infanzia è tutt’altro che legata a una sola città. La famiglia si trasferisce prima in Venezuela e poi in Argentina, dove Mortensen trascorre una parte importante degli anni della formazione.

È un’esperienza che contribuirà probabilmente a costruire quella dimensione internazionale che rimarrà una costante della sua vita. L’inglese non è l’unico universo linguistico e culturale nel quale si muove: lo spagnolo e il danese fanno parte della sua esperienza personale e artistica.

Prima ancora di Hollywood c’è dunque un ragazzo abituato a cambiare Paese, lingua e prospettiva. Una caratteristica che, molti anni dopo, ritroveremo nella sua filmografia: Mortensen non sembra appartenere completamente a un solo cinema.

Gli inizi: piccoli ruoli prima della grande occasione

La carriera cinematografica comincia negli anni Ottanta, con ruoli spesso secondari che gli permettono di accumulare esperienza davanti alla macchina da presa. È un percorso graduale, lontano dall’idea della star arrivata improvvisamente al successo.

Mortensen appare in film come Witness – Il testimone, Ragazza, ragazza, ragazza, Non aprite quella porta 3 e successivamente in produzioni sempre più importanti. Sono personaggi diversi, spesso lontani dal protagonista assoluto, ma contribuiscono a costruire la sua reputazione.

Nel corso degli anni Novanta arrivano anche collaborazioni con registi e interpreti che gli permettono di mostrare una gamma sempre più ampia. Il cinema d’azione, il thriller e il dramma diventano territori nei quali sperimentare una presenza scenica particolare: fisica, silenziosa, spesso intensa.

David Cronenberg e la scoperta di un altro Mortensen

Uno degli incontri decisivi della sua carriera è quello con David Cronenberg. Il regista canadese lo dirigerà in più occasioni, costruendo con lui una collaborazione destinata a diventare una delle più interessanti del cinema contemporaneo.

Il primo grande passaggio è A History of Violence del 2005, nel quale Mortensen interpreta Tom Stall, un uomo apparentemente tranquillo la cui identità viene progressivamente messa in discussione. Il film gli permette di mostrare un lato più oscuro e complesso della sua recitazione.

Poco dopo arriva Eastern Promises, nel quale interpreta Nikolai Luzhin, un uomo legato alla criminalità russa londinese. Il ruolo gli vale una candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista e conferma definitivamente che dietro Aragorn esiste un interprete capace di muoversi nel cinema più adulto e inquieto. La collaborazione con Cronenberg proseguirà poi con A Dangerous Method.

Aragorn, il personaggio che cambia tutto

Poi arriva il 2001 e arriva Aragorn. Peter Jackson sta realizzando l’ambiziosa trilogia tratta da J.R.R. Tolkien e Viggo Mortensen viene scelto per interpretare il ranger destinato a diventare re.

Il Signore degli Anelli viene girato in Nuova Zelanda insieme ai due capitoli successivi, Le due torri e Il ritorno del re. Il BFI considera la trilogia di Jackson una delle grandi imprese del cinema fantasy contemporaneo e sottolinea il ruolo di Mortensen nel cast che comprende anche Elijah Wood, Ian McKellen, Sean Astin, Liv Tyler e Andy Serkis.

Aragorn diventa rapidamente uno dei personaggi più amati della saga. Ma il modo in cui Mortensen lo interpreta è fondamentale: non lo trasforma soltanto in un guerriero invincibile. Il suo Aragorn è un uomo che dubita, che ha paura del proprio destino, che deve accettare progressivamente l’idea di essere un re.

La trasformazione in Aragorn

Una parte della leggenda di Mortensen nasce anche dal rapporto fisico con il personaggio. Aragorn combatte, cavalca, attraversa montagne, foreste e campi di battaglia. L’attore porta nel ruolo una fisicità concreta che rende il personaggio meno astratto e più umano.

La trilogia richiede inoltre un lavoro enorme sul piano della continuità. Aragorn deve attraversare tre film e un arco narrativo nel quale cambia continuamente posizione: da ranger solitario a guida della Compagnia, da combattente a sovrano.

Ed è proprio questa evoluzione a permettere a Mortensen di costruire una delle sue interpretazioni più celebri. Quando Il ritorno del re arriva al cinema nel 2003, la trilogia è ormai diventata un fenomeno cinematografico globale.

Il rischio di essere ricordato soltanto come Aragorn

Dopo una saga di quelle dimensioni esiste un rischio evidente: rimanere intrappolati nel personaggio che ha cambiato la propria carriera. Mortensen sceglie però una strada diversa.

Invece di trasformare Aragorn in un modello da replicare, torna rapidamente verso un cinema più intimo e sperimentale. È una scelta che racconta molto del suo rapporto con la professione: la popolarità non diventa un obbligo a rimanere sempre dentro lo stesso tipo di film.

Negli anni successivi lavora nuovamente con Cronenberg, ma anche con registi come Walter Salles, John Hillcoat e altri autori interessati a storie lontane dalle logiche del blockbuster.

La strada, la sopravvivenza e The Road

Nel 2009 interpreta The Man nell’adattamento cinematografico di The Road, tratto dal romanzo di Cormac McCarthy. È un film post-apocalittico nel quale l’azione conta meno del rapporto tra un padre e il figlio in un mondo ormai devastato.

Mortensen costruisce il personaggio attraverso la sottrazione. Non c’è un eroe tradizionale, non c’è la spettacolarità di Aragorn: c’è un uomo che cerca semplicemente di proteggere il proprio bambino e di conservare una forma di umanità.

È un altro esempio della capacità dell’attore di utilizzare la fisicità non per esaltare il personaggio, ma per raccontarne la vulnerabilità.

Captain Fantastic e un padre completamente diverso

Nel 2016 arriva Captain Fantastic, uno dei ruoli più importanti della sua maturità. Mortensen interpreta Ben Cash, padre di una famiglia che vive lontano dalla società convenzionale e cresce i propri figli secondo regole radicalmente alternative.

Il film diretto da Matt Ross oscilla tra commedia e dramma e mette al centro il rapporto tra idealismo, educazione e famiglia. Il BFI sottolinea proprio la capacità di Mortensen di sostenere il ruolo da protagonista con una rara combinazione di comicità e intensità.

La performance gli porta una candidatura all’Oscar come miglior attore, oltre a riconoscimenti e candidature internazionali. È un’altra dimostrazione di quanto la carriera post-Aragorn sia stata importante per ridefinire la percezione dell’attore.

Green Book e un’altra candidatura all’Oscar

Due anni dopo arriva Green Book, diretto da Peter Farrelly. Mortensen interpreta Tony Lip, un buttafuori italoamericano assunto come autista e accompagnatore del pianista afroamericano Don Shirley, interpretato da Mahershala Ali.

Il film racconta il viaggio dei due protagonisti attraverso gli Stati Uniti degli anni Sessanta, in un’America ancora profondamente segnata dalla segregazione razziale. Mortensen costruisce Tony Lip come un personaggio ruvido, ironico, spesso contraddittorio.

La performance gli vale una nuova candidatura all’Oscar come miglior attore. Il film stesso avrebbe generato un ampio dibattito critico sul modo in cui racconta le relazioni razziali e sulla prospettiva adottata, mostrando ancora una volta quanto una sua interpretazione potesse stare al centro di discussioni molto più grandi del semplice successo cinematografico.

Falling: quando l’attore diventa regista

Nel 2020 Mortensen compie un altro passo importante: debutta alla regia con Falling, film nel quale è anche sceneggiatore, produttore, compositore della musica e interprete.

Il protagonista John deve confrontarsi con un padre anziano, difficile e profondamente conflittuale. La storia diventa così un’indagine sulla memoria, sulla famiglia e sull’eredità emotiva che passa da una generazione all’altra.

Il BFI ha sottolineato proprio la natura poliedrica del progetto: Mortensen non si limita a dirigere, ma porta nel film anche il proprio interesse per la musica e per una forma di cinema intima, personale e frammentata.

Un artista anche fuori dal cinema

Forse uno degli aspetti più affascinanti di Viggo Mortensen è ciò che accade quando non è davanti a una macchina da presa. La sua attività comprende fotografia, poesia, pittura, musica ed editoria.

Ha fondato inoltre una propria casa editrice indipendente, Perceval Press, dedicata a opere artistiche e letterarie. La creatività, dunque, non è mai stata per lui confinata alla recitazione. Il BFI lo presenta proprio come un artista multidisciplinare, interessato a forme espressive diverse e spesso lontane dall’industria cinematografica tradizionale.

Questo spiega anche una parte della sua filmografia. Mortensen sembra attratto da storie che permettono di esplorare persone, culture, paesaggi e conflitti interiori. Il cinema è una delle sue forme di espressione, non necessariamente l’unica.

Un attore che non ha mai scelto la strada più semplice

Guardando la sua carriera nel suo insieme, è difficile trovare una linea unica. C’è Aragorn, naturalmente, ma accanto a lui troviamo personaggi tormentati, padri, criminali, uomini comuni, figure storiche e protagonisti di drammi indipendenti.

È questa varietà ad aver impedito a Mortensen di essere identificato esclusivamente con un genere. Dopo aver partecipato a uno dei più grandi blockbuster fantasy della storia del cinema, ha continuato a scegliere progetti nei quali il rischio artistico era spesso più importante della dimensione produttiva.

La sua filmografia dimostra che il successo di Il Signore degli Anelli non è stato un punto d’arrivo. È stato, paradossalmente, il momento dal quale Mortensen ha potuto scegliere ancora più liberamente che tipo di artista voleva essere.

Viggo Mortensen, oltre Aragorn

Ci sono attori che diventano inseparabili dal personaggio che li ha resi famosi. E poi ci sono quelli che riescono a utilizzare quel personaggio come una porta d’ingresso verso qualcosa di molto più grande.

Viggo Mortensen appartiene alla seconda categoria. Aragorn è immortale, ma non esaurisce Viggo Mortensen. Dietro quella corona, quella spada e quella figura diventata parte della memoria collettiva esiste un artista curioso, inquieto, capace di passare dal cinema commerciale al cinema d’autore e dalla recitazione alla fotografia, dalla poesia alla regia.

La sua carriera è, in fondo, una lunga ricerca dell’identità. Dal ragazzo cresciuto tra continenti diversi all’attore che ha conquistato la Terra di Mezzo; dal protagonista di Captain Fantastic all’interprete di Green Book; fino al regista di Falling. Ogni volta un volto diverso, ma la stessa curiosità.

Buon compleanno, Viggo Mortensen. E grazie per aver dimostrato che un attore può diventare una leggenda senza smettere di essere un artista, che si può interpretare un re senza vivere di corone e che, anche dopo aver trovato il ruolo che tutti ricordano, si può avere ancora il coraggio di cercarne un altro.

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