29 settembre 1961: accade qualcosa di inaspettato | Da qui l’ascesa di Bob Dylan
Pubblicato il da Anna Gaia Cavallo - aggiornato il - Tv e Spettacolo
Il 29 settembre 1961, sulle pagine del New York Times, compariva il nome di un giovane cantautore destinato a cambiare per sempre la storia della musica. Aveva vent’anni, si esibiva nei piccoli locali del Greenwich Village e, fino a quel momento, era ancora lontano dalla fama internazionale. Si chiamava Bob Dylan.
A firmare quella recensione fu Robert Shelton, critico musicale del quotidiano newyorkese, che aveva assistito a una sua esibizione al Gerde’s Folk City. Il titolo era già una dichiarazione d’intenti: Bob Dylan: A Distinctive Folk-Song Stylist. Shelton aveva riconosciuto nel giovane artista qualcosa di insolito, una personalità musicale difficile da confondere con quella degli altri interpreti della scena folk.
La recensione arrivò in un momento decisivo. Dylan era appena approdato a New York e stava cercando il proprio spazio nel vivace universo musicale del Greenwich Village. John Hammond, talent scout e produttore della Columbia Records, lo aveva già ascoltato poche settimane prima, ma l’articolo di Shelton contribuì ad accendere ulteriormente i riflettori sul giovane musicista. Poco dopo sarebbe arrivato il contratto discografico che avrebbe dato inizio alla sua lunga storia con Columbia.
Il giovane Bob Dylan arriva nel Greenwich Village
Quando Robert Shelton lo vide esibirsi al Gerde’s Folk City, Bob Dylan aveva appena vent’anni. Era arrivato a New York nel gennaio dello stesso anno, dopo aver lasciato il Minnesota con il desiderio di entrare in contatto con la tradizione folk americana e, soprattutto, con il mondo di Woody Guthrie.
Il Greenwich Village era allora uno dei luoghi centrali della rinascita della musica folk negli Stati Uniti. Caffè, piccoli club e locali diventavano punti d’incontro per musicisti che recuperavano la tradizione popolare americana e, allo stesso tempo, cercavano nuove forme espressive. Dylan si inserì rapidamente in quell’ambiente.
La sua presenza, però, non passava inosservata soltanto per le canzoni che interpretava. Aveva un modo particolare di stare sul palco, una voce ruvida e un repertorio nel quale tradizione, ironia e composizioni originali iniziavano già a convivere. Era ancora un artista in formazione, ma alcuni osservatori avevano cominciato a intuire che dietro quella figura apparentemente disordinata ci fosse qualcosa di diverso.
La sera al Gerde’s Folk City
Il Gerde’s Folk City era uno dei luoghi fondamentali della scena musicale del Village. Dylan vi si esibiva nel settembre 1961, inserito in un cartellone nel quale figuravano anche i Greenbriar Boys, allora una formazione molto conosciuta nell’ambiente folk.
Robert Shelton era arrivato al locale per occuparsi dello spettacolo, ma l’attenzione del critico finì per concentrarsi soprattutto sul giovane artista che si trovava in apertura. La recensione pubblicata il 29 settembre avrebbe dedicato a Dylan spazio e parole insolitamente importanti per un musicista praticamente sconosciuto al grande pubblico.
Shelton descrisse un artista capace di passare dalla chitarra all’armonica e al pianoforte, sottolineando anche la velocità con cui componeva nuove canzoni. La sua voce non veniva presentata come tradizionalmente bella, ma proprio nella sua ruvidità il critico individuava una forza espressiva particolare.
Robert Shelton riconosce qualcosa di speciale
Il valore della recensione non sta soltanto nell’aver parlato positivamente di Dylan. Shelton riuscì infatti a individuare alcune delle caratteristiche che avrebbero definito l’artista negli anni successivi: originalità, intensità e una personalità capace di andare oltre l’interpretazione convenzionale della musica folk.
Il critico osservò anche il suo modo di costruire i brani, tra monologhi musicali, ironia e racconti ispirati alla vita quotidiana. Canzoni come Talkin’ Bear Mountain e Talkin’ New York mostravano già la capacità di Dylan di utilizzare il folk come linguaggio personale, non semplicemente come repertorio da riproporre.
La conclusione dell’articolo sarebbe diventata particolarmente significativa riletta alla luce di ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi. Shelton scrisse che, più che interrogarsi sul passato di quel giovane musicista, contava capire dove fosse diretto. La risposta, secondo il critico, sembrava essere verso l’alto.
La recensione arriva sulla scrivania di John Hammond
Tra le persone che prestarono attenzione alla recensione c’era John Hammond, una delle figure più importanti dell’industria discografica americana. Produttore e talent scout della Columbia Records, Hammond aveva già una lunga esperienza nella scoperta di nuovi artisti.
In realtà Hammond aveva già avuto modo di ascoltare Dylan. Il 14 settembre 1961 aveva assistito a una sessione di prove organizzata per la cantante Carolyn Hester, alla quale Dylan partecipava come armonicista. La sua esibizione aveva attirato l’attenzione del produttore, che aveva riconosciuto immediatamente il potenziale del giovane musicista.
La recensione di Shelton arrivò quindi in un momento particolarmente favorevole. Hammond aveva già avuto un primo contatto diretto con Dylan e l’articolo del New York Times forniva un’ulteriore conferma dell’interesse che il giovane artista stava suscitando nella scena musicale newyorkese.
Il contratto con Columbia Records
Dopo aver ascoltato Dylan e averne seguito i primi passi, Hammond decise di portarlo alla Columbia Records. Il produttore lo fece sottoporre a un’audizione e arrivò rapidamente alla decisione di offrirgli un contratto discografico.
La firma rappresentava un passaggio fondamentale, anche se nessuno poteva ancora sapere quale sarebbe stata la portata della carriera che stava iniziando. Dylan non era ancora la figura destinata a riempire le grandi arene e a influenzare generazioni di musicisti: era semplicemente un giovane cantante folk con un’identità ancora in costruzione.
La Columbia avrebbe pubblicato nel 1962 il suo album d’esordio, Bob Dylan. Il disco, composto in larga parte da interpretazioni di brani della tradizione, non avrebbe inizialmente ottenuto grandi risultati commerciali. Il successo sarebbe arrivato successivamente, quando Dylan avrebbe iniziato a imporre con maggiore forza le proprie composizioni.
Da sconosciuto a protagonista della musica americana
La storia di quella recensione è particolarmente significativa perché fotografa Dylan in uno dei momenti più fragili e imprevedibili della sua carriera: quello precedente alla fama. Non era ancora il cantautore di Blowin’ in the Wind e The Times They Are a-Changin’, né l’artista che pochi anni dopo avrebbe diviso il pubblico scegliendo di portare la propria musica verso il rock.
Nel giro di pochi anni, però, il suo percorso sarebbe cambiato radicalmente. The Freewheelin’ Bob Dylan, pubblicato nel 1963, avrebbe iniziato a mostrare con maggiore chiarezza la sua forza come autore, mentre brani come Blowin’ in the Wind sarebbero entrati nel repertorio della cultura popolare americana.
La trasformazione sarebbe stata rapidissima. Il ragazzo che Shelton aveva visto suonare in un piccolo locale del Village sarebbe diventato uno degli autori più influenti della musica del Novecento, fino a ricevere nel 2016 il Premio Nobel per la Letteratura.
Il Greenwich Village e la nascita di un nuovo cantautorato
Per comprendere l’importanza di quel 29 settembre bisogna guardare anche al luogo nel quale tutto accadde. Il Greenwich Village dei primi anni Sessanta era un laboratorio culturale nel quale musicisti, scrittori e artisti si incontravano e sperimentavano nuovi linguaggi.
Dylan arrivò proprio nel momento in cui il folk revival americano stava attraversando una fase di grande vitalità. Artisti provenienti da esperienze differenti recuperavano la musica tradizionale, reinterpretandola attraverso i temi e le inquietudini della società contemporanea.
In questo ambiente Dylan costruì progressivamente una voce personale. Partì dalla tradizione di Woody Guthrie, dal blues e dalle ballate popolari, ma trasformò quelle influenze in qualcosa di nuovo. La sua capacità di raccontare storie e utilizzare le parole in modo sempre più libero sarebbe diventata uno degli elementi centrali della sua identità artistica.
Robert Shelton, il critico che raccontò l’inizio della leggenda
La vicenda del 29 settembre 1961 è anche la storia di Robert Shelton, il giornalista che ebbe l’intuizione di dedicare attenzione a quel giovane musicista. Shelton era profondamente inserito nella scena folk newyorkese e seguiva da vicino artisti affermati e debuttanti.
La sua recensione non fu soltanto un articolo di cronaca musicale. Contribuì a rendere Dylan visibile a un pubblico molto più ampio e divenne uno dei primi documenti importanti sulla sua carriera. Negli anni successivi Shelton avrebbe continuato a seguire il cantautore, fino a diventare anche il suo biografo.
Il suo rapporto con Dylan sarebbe culminato nel libro No Direction Home, una biografia pubblicata nel 1986 e successivamente riproposta in una nuova edizione. Shelton morì nel 1995, ma il suo nome rimase legato alla prima fase della storia pubblica di Dylan.
Una recensione diventata storia della musica
A distanza di decenni, quella pagina del New York Times viene ricordata come uno dei momenti simbolici della nascita del mito di Bob Dylan. Non fu certamente l’unica causa della sua affermazione: il talento dell’artista, il lavoro nei club, l’incontro con John Hammond e l’ambiente musicale del Greenwich Village furono tutti elementi decisivi.
La recensione ebbe però un ruolo particolare perché arrivò proprio quando Dylan stava passando dalla dimensione del musicista di club a quella dell’artista osservato dall’industria discografica. Il nome di un ragazzo ancora sconosciuto comparve sulle pagine di uno dei più importanti quotidiani americani e, da quel momento, la sua traiettoria iniziò ad accelerare.
Il 29 settembre 1961 resta così una data significativa nella storia della musica: quella in cui un critico riconobbe pubblicamente qualcosa che il giovane Bob Dylan aveva già iniziato a mostrare nei piccoli locali di New York. Pochi giorni prima era un ventenne quasi sconosciuto; poco dopo sarebbe entrato nella storia della Columbia Records. E il resto, come avrebbe dimostrato la sua lunghissima carriera, appartiene alla storia della musica.