Fast fashion, il costo ambientale dei vestiti: acqua, tinture e microfibre sotto accusa
Pubblicato il da Luigi Salemi - aggiornato il - Green
Un vestito può sembrare un oggetto semplice, ma dietro una maglietta, un paio di jeans o una felpa esiste una filiera che coinvolge coltivazioni, acqua, energia, sostanze chimiche, trasporti e smaltimento. È per questo che il settore della moda è sempre più al centro del dibattito sulla sostenibilità, soprattutto per l’impatto della fast fashion, il modello basato sulla produzione rapida e sul continuo ricambio delle collezioni.
Il problema ambientale non riguarda soltanto il numero di capi acquistati. A incidere è l’intero ciclo di vita del prodotto, dalla produzione della fibra fino al momento in cui l’indumento viene gettato o riciclato.
Dal cotone alle tinture, quanta acqua serve per un vestito
Il cotone è una fibra naturale e biodegradabile, ma la sua produzione può richiedere grandi quantità di acqua, soprattutto nelle aree in cui le coltivazioni dipendono dall’irrigazione. L’impatto varia molto in base alla zona di produzione, alle condizioni climatiche e alle tecniche agricole utilizzate: non tutto il cotone ha quindi lo stesso consumo idrico.
L’acqua viene utilizzata anche nelle successive fasi di lavorazione dei tessuti. Una delle più delicate è la tintura, durante la quale possono essere impiegate grandi quantità d’acqua e sostanze chimiche. Se le acque reflue non vengono adeguatamente trattate, le sostanze utilizzate nei processi produttivi possono contribuire all’inquinamento degli ecosistemi acquatici.
A questo si aggiunge il consumo legato alla produzione delle fibre sintetiche, come poliestere e nylon, ottenute da materie prime di origine fossile. La loro caratteristica principale è la durata, ma proprio questa persistenza rappresenta una criticità quando i capi arrivano alla fine della loro vita utile.
Il problema delle microfibre non finisce con l’acquisto
Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda il lavaggio dei vestiti. Durante i cicli in lavatrice, soprattutto nel caso dei tessuti sintetici, possono liberarsi minuscole fibre. Una parte può essere trattenuta dai sistemi di trattamento delle acque reflue, ma una quota può comunque raggiungere l’ambiente.
Le microfibre possono quindi entrare negli ecosistemi acquatici e contribuire al problema più generale della presenza di microplastiche nell’ambiente. Il fenomeno è oggetto di numerosi studi perché riguarda una fonte diffusa e quotidiana di particelle plastiche.
Anche la frequenza con cui acquistiamo e sostituiamo i vestiti è importante. Un modello basato su capi prodotti rapidamente e destinati a essere utilizzati per periodi brevi significa infatti aumentare il numero di risorse impiegate per produrre, trasportare, lavare e smaltire gli indumenti.
Per ridurre l’impatto non è necessariamente necessario rinunciare alla moda. Può essere più efficace comprare meno e scegliere meglio, utilizzare più a lungo i capi, ripararli quando possibile, lavarli soltanto quando necessario e privilegiare prodotti progettati per durare.
Anche la seconda mano e il riuso possono allungare la vita degli indumenti e ridurre la necessità di produrne continuamente di nuovi. Quando un capo non è più utilizzabile, inoltre, è importante conferirlo secondo le modalità previste per la raccolta dei tessili.
La sostenibilità della moda, quindi, non dipende da una singola fibra considerata “buona” o “cattiva”. Conta l’intero percorso del capo: quante risorse sono state utilizzate per produrlo, quanto a lungo viene indossato, come viene lavato e cosa accade quando non serve più. È proprio in queste scelte quotidiane che anche il consumatore può contribuire a ridurre l’impatto ambientale del proprio guardaroba.