Carrie Fisher, oltre la principessa Leila: ode a una donna che ha trasformato Hollywood
Pubblicato il da Anna Gaia Cavallo - aggiornato il - Tv e Spettacolo
Carrie Fisher avrebbe compiuto gli anni il 21 ottobre. Una data che ogni anno riporta inevitabilmente alla mente una delle figure più amate e riconoscibili della storia del cinema: quella ragazza che nel 1977, appena diciannovenne, entrò nella galassia di George Lucas e diede un volto, una voce e soprattutto un carattere alla principessa Leia Organa. Ma ridurre Carrie Fisher a Leia significherebbe raccontarne soltanto una parte. Perché dietro quell’acconciatura diventata leggendaria c’era un’attrice, una scrittrice, una sceneggiatrice e una donna capace di trasformare la propria esperienza in materia artistica.
Figlia di due icone dello spettacolo, il cantante Eddie Fisher e l’attrice Debbie Reynolds, Carrie nacque il 21 ottobre 1956 a Burbank, in California. Il destino sembrava quasi già scritto, ma la sua carriera avrebbe dimostrato che appartenere a Hollywood non significa necessariamente lasciarsi definire da Hollywood. Prima il teatro, poi il cinema, quindi Star Wars. E, dopo il successo planetario, una lunga e sorprendente seconda vita professionale fatta di libri, sceneggiature, commedie, monologhi e interpretazioni lontane dalla galassia lontana lontana.
Carrie Fisher è scomparsa il 27 dicembre 2016, a soli 60 anni, pochi giorni prima della madre Debbie Reynolds. La sua morte ha lasciato un vuoto enorme, ma anche una certezza: alcune icone non appartengono più soltanto alle opere nelle quali sono apparse. Diventano parte della memoria collettiva. E Carrie, con la sua ironia feroce, la sua intelligenza e quella Leia capace di rispondere a Darth Vader, affrontare l’Impero e tenere testa a Han Solo, è diventata esattamente questo.
Carrie Fisher, oltre la principessa Leia: ode a una donna irripetibile
Il modo più semplice per ricordare Carrie Fisher è probabilmente anche quello più incompleto: pronunciare il nome di Leia Organa e lasciare che nella memoria compaiano immediatamente il vestito bianco, i capelli raccolti in due grandi chignon e quella voce capace di passare dall’ironia alla determinazione.
Ma Carrie non è mai stata soltanto l’interprete di un personaggio. StarWars.com l’ha ricordata come attrice e scrittrice, sottolineando proprio la sua capacità di dare a Leia una personalità ribelle, intelligente e autorevole. Una principessa che non aspettava di essere salvata, ma che spesso era tra le persone impegnate a salvare gli altri.
Ed è forse questa la ragione per cui, a distanza di anni, Carrie Fisher continua a sembrare contemporanea. Leia era una protagonista femminile capace di comandare, combattere, amare, sbagliare e prendere decisioni. Carrie le regalò qualcosa che non era scritto soltanto nel copione: una presenza impossibile da ignorare.
Una figlia di Hollywood prima ancora di diventare una star
Carrie Fisher nasce in una famiglia che sembra uscita direttamente dalla storia dello spettacolo americano. Suo padre è Eddie Fisher, cantante di enorme popolarità; sua madre è Debbie Reynolds, attrice e cantante amatissima dal pubblico. Crescere dentro quella famiglia significa conoscere Hollywood molto prima di entrarci professionalmente.
Il rapporto con la madre sarebbe diventato uno dei grandi temi della sua vita e, successivamente, della sua scrittura. Ma Carrie non si limita a ereditare una professione: fin da giovane mostra un interesse particolare per la lettura e per la scrittura, oltre che per la recitazione.
A soli quindici anni sale sul palco di Broadway nello spettacolo Irene, nel quale recita proprio accanto alla madre. È un debutto che contiene già una parte della sua futura storia: teatro, cinema, famiglia e spettacolo finiranno per intrecciarsi continuamente nella sua vita.
Il cinema prima di una galassia lontana lontana
Nel 1975 Carrie Fisher debutta sul grande schermo con Shampoo, commedia diretta da Hal Ashby e interpretata da Warren Beatty, Julie Christie e Goldie Hawn. Ha diciotto anni e davanti a sé un percorso ancora tutto da costruire.
Due anni dopo arriva il ruolo destinato a cambiare tutto. George Lucas la sceglie per interpretare Leia Organa in Star Wars. Fisher ha appena diciannove anni e si ritrova improvvisamente al centro di uno dei fenomeni cinematografici più importanti del Novecento.
La cosa straordinaria è che il personaggio avrebbe potuto facilmente trasformarsi in una semplice icona estetica. Invece Carrie gli conferisce sarcasmo, autorità, coraggio e una notevole capacità di reagire alle situazioni. Leia non è soltanto la principessa della storia: è una delle persone che fanno avanzare la storia.
Leia, una rivoluzione vestita di bianco
Quando Star Wars arriva al cinema nel 1977, il pubblico incontra un universo completamente nuovo. E dentro quell’universo incontra Leia: una giovane donna che discute con i protagonisti maschili, affronta i pericoli, prende decisioni e non rinuncia mai alla propria personalità.
Il rapporto con Han Solo, interpretato da Harrison Ford, diventa uno degli elementi più amati della trilogia originale. Le loro discussioni sono spesso divertenti, ma raccontano anche qualcosa di importante: Leia non viene costruita come semplice interesse sentimentale dell’eroe. È una protagonista con un proprio arco narrativo.
In The Empire Strikes Back e Return of the Jedi Fisher continua a definire il personaggio, trasformandolo progressivamente in una figura ancora più autorevole. Leia può essere principessa, leader della Ribellione, donna innamorata e combattente senza che una dimensione cancelli l’altra.
Il cinema non è mai stato soltanto Star Wars
Il rischio di interpretare un personaggio così iconico è quello di rimanerne prigionieri. Carrie Fisher, invece, cerca continuamente altre strade. Nel 1980 recita in The Blues Brothers, accanto a John Belushi e Dan Aykroyd, mostrando una vena comica che diventerà una parte fondamentale della sua identità artistica.
Negli anni successivi lavora con Woody Allen in Hannah and Her Sisters, quindi appare in When Harry Met Sally…, Soapdish e numerosi altri film e programmi televisivi.
È una carriera fatta spesso di ruoli secondari, partecipazioni e apparizioni, ma proprio qui emerge un altro aspetto della sua personalità: Fisher non ha bisogno di essere sempre il centro della scena per lasciare un’impronta. La sua ironia riesce spesso a trasformare anche pochi minuti sullo schermo in un momento memorabile.
Quando Carrie Fisher prende la penna
La grande sorpresa della sua carriera, forse, arriva proprio quando il cinema sembra averla già definita. Nel 1987 Carrie pubblica Postcards from the Edge, romanzo semi-autobiografico che racconta il rapporto tra un’attrice e la madre famosa. Il libro diventa un successo e Fisher ne scrive successivamente anche la sceneggiatura per il film del 1990 diretto da Mike Nichols, con Meryl Streep e Shirley MacLaine.
È il momento in cui emerge con forza una Carrie diversa: non soltanto interprete delle parole degli altri, ma autrice delle proprie. La scrittura diventa uno spazio nel quale può osservare Hollywood, la famiglia e se stessa con una libertà che il mestiere dell’attrice non sempre concede.
La sua penna è ironica, tagliente, autobiografica senza essere semplicemente confessionale. Fisher comprende che anche le esperienze più complicate possono diventare materiale narrativo se affrontate con intelligenza e senso dell’umorismo.
La sceneggiatrice invisibile di Hollywood
Un altro capitolo fondamentale della sua carriera è quello della sceneggiatura. Carrie Fisher lavora come script doctor, intervenendo su numerosi copioni hollywoodiani, spesso senza essere accreditata ufficialmente.
Tra i progetti ai quali contribuì figurano Sister Act, Outbreak e The Wedding Singer. È un’attività meno visibile rispetto alla recitazione, ma dimostra quanto fosse profonda la sua conoscenza della costruzione di una storia, dei dialoghi e soprattutto del ritmo delle battute.
È anche un modo per rileggere retroattivamente la sua carriera. La rapidità con cui Leia risponde agli altri, il sarcasmo, la precisione delle battute non erano soltanto qualità dell’interprete: dietro c’era una donna che amava le parole e sapeva perfettamente quanto potessero cambiare una scena.
L’ironia come forma di sopravvivenza
Nel corso della sua vita Fisher ha parlato pubblicamente delle proprie difficoltà personali e della salute mentale. Non ha nascosto i periodi complicati, ma li ha trasformati anche in materia artistica, rifiutando l’idea che la celebrità dovesse necessariamente coincidere con un’immagine perfetta.
Il memoir Wishful Drinking, nato anche come spettacolo teatrale autobiografico, diventa uno degli esempi più chiari di questa capacità. Fisher sceglie di raccontarsi attraverso un umorismo spesso spiazzante, trasformando esperienze private in una narrazione capace di raggiungere il pubblico. StarWars.com ha ricordato proprio questa franchezza come una delle caratteristiche distintive della sua figura pubblica.
La sua ironia non cancella la vulnerabilità. Al contrario, la rende visibile. E forse è proprio questa combinazione ad aver reso Carrie Fisher così amata: non l’idea di una donna invulnerabile, ma quella di una donna capace di continuare a raccontarsi anche quando la vita non era affatto semplice.
Il ritorno di Leia
Nel 2015 Carrie Fisher torna a interpretare Leia in Star Wars: The Force Awakens. Sono passati più di trent’anni dalla conclusione della trilogia originale e il pubblico ritrova finalmente quel volto che aveva imparato ad amare negli anni Settanta e Ottanta.
Ma il ritorno non ha il sapore della semplice nostalgia. Leia non è più soltanto la giovane principessa della Ribellione: è diventata una generale, una donna che porta con sé il peso delle battaglie e degli anni trascorsi.
Fisher riesce così a compiere una delle trasformazioni più belle possibili per un interprete: non riproporre semplicemente un personaggio del passato, ma permettergli di invecchiare insieme a lei.
L’ultima volta sullo schermo
Carrie Fisher completa anche le riprese di Star Wars: The Last Jedi, uscito nel dicembre 2017, dopo la sua morte. La sua presenza nel film assume inevitabilmente un valore particolare, perché il pubblico sa che quella sarà una delle ultime occasioni per rivederla nei panni di Leia.
Per The Rise of Skywalker, uscito nel 2019, Lucasfilm utilizza invece materiale inedito girato durante The Force Awakens per permettere al personaggio di Leia di comparire nuovamente nella saga. La scelta evita di ricreare digitalmente la performance di Fisher e conserva il suo volto e la sua interpretazione come parte autentica della storia.
È un dettaglio importante per comprendere quanto la sua presenza fosse diventata inscindibile da Leia. Non si trattava semplicemente di riportare sullo schermo un personaggio: si trattava di preservare la presenza di Carrie Fisher dentro quel personaggio.
The Princess Diarist, l’ultima confessione
Nel novembre 2016 Fisher pubblica The Princess Diarist, memoir costruito anche a partire dai diari scritti durante le riprese della trilogia originale di Star Wars. È una sorta di ritorno alle origini, ma osservato attraverso gli occhi di una donna che ormai conosce perfettamente il peso di ciò che quei film hanno rappresentato.
Nel libro torna anche sulla relazione avuta con Harrison Ford durante la lavorazione del primo film. Ma al di là delle rivelazioni che catturarono l’attenzione dei media, il valore del memoir sta soprattutto nella possibilità di ascoltare la voce di Fisher adulta mentre guarda alla ragazza che era stata.
È una delle ultime opere attraverso cui Carrie Fisher sceglie di raccontarsi direttamente. Ancora una volta, non lascia che siano soltanto gli altri a raccontare la sua leggenda: prende la penna e lo fa da sola.
La morte e una leggenda che continua
Il 23 dicembre 2016 Fisher viene colpita da un grave problema cardiaco durante un volo da Londra a Los Angeles. Muore quattro giorni dopo, il 27 dicembre, a 60 anni. La madre Debbie Reynolds muore il giorno seguente.
La notizia provoca una reazione enorme nel mondo dello spettacolo e tra milioni di fan. StarWars.com la ricorda come attrice, scrittrice e presenza irripetibile, mentre il mondo di Star Wars perde contemporaneamente la donna che aveva dato vita a uno dei suoi personaggi più importanti.
Nel 2017 Fisher viene inoltre nominata Disney Legend, insieme a Mark Hamill, riconoscimento che conferma il peso della sua figura all’interno dell’eredità culturale di Disney e della saga di Star Wars.
Non soltanto Leia
Il paradosso della carriera di Carrie Fisher è che il suo ruolo più famoso è talmente grande da rischiare di nascondere tutto il resto. Ma proprio osservando l’intero percorso si comprende quanto fosse riduttivo considerarla soltanto una principessa intergalattica.
Era attrice, ma anche autrice. Era figlia di Hollywood, ma anche una voce capace di raccontarne le contraddizioni. Era una star internazionale, ma sceglieva spesso di utilizzare la propria fama per parlare apertamente di esperienze personali e difficoltà che altri avrebbero preferito nascondere.
Ed è forse per questo che Leia e Carrie, nella memoria collettiva, finiscono inevitabilmente per sovrapporsi. Entrambe hanno una lingua affilata, entrambe rifiutano di essere messe da parte, entrambe sembrano trovare una forma di forza proprio quando le circostanze sembrano chiedere loro il contrario.
Una donna impossibile da dimenticare
Carrie Fisher non ha avuto il tempo di diventare una leggenda nel senso tradizionale del termine. Lo è diventata quasi immediatamente, perché aveva lasciato qualcosa di riconoscibile in ogni campo attraversato.
Ha lasciato una principessa capace di guidare una ribellione. Ha lasciato libri nei quali la celebrità veniva osservata dall’interno. Ha lasciato sceneggiature e dialoghi. Ha lasciato un modo di fare comicità senza paura di mettere se stessa al centro della battuta.
E soprattutto ha lasciato una libertà particolare: quella di poter essere contemporaneamente fragile e fortissima, ironica e malinconica, famosa e profondamente umana.
Buon compleanno, Carrie
Nel giorno del suo compleanno, ricordare Carrie Fisher significa allora guardare oltre la principessa Leia. Significa tornare a quella ragazza di diciannove anni che entrò in una galassia destinata a cambiare il cinema e che, senza saperlo, avrebbe cambiato anche il modo in cui milioni di persone avrebbero immaginato una protagonista femminile.
Ma significa anche ricordare la donna che venne dopo: la scrittrice, la sceneggiatrice, la comica, l’attrice capace di prendersi gioco di Hollywood e di se stessa. Una donna che non ebbe paura di trasformare le proprie esperienze in parole e di fare dell’ironia non una maschera, ma una forma di libertà.
La Forza, nel suo caso, non è soltanto quella della galassia di George Lucas. È la forza di una persona che ha saputo attraversare la fama senza lasciarsi completamente divorare da essa, che ha trasformato la propria voce in un’eredità e che continua a vivere ogni volta che qualcuno guarda Leia e riconosce, dietro quel personaggio, il sorriso inconfondibile di Carrie Fisher.
Buon compleanno, Carrie. La galassia lontana lontana non sarebbe mai stata la stessa senza di te.