Chi erediterà le stelle? Un eticista dello spazio svela ciò di cui non parliamo.

Pubblicato il da Ignazio Aragona - Tecnologia

Chi erediterà le stelle? Un eticista dello spazio svela ciò di cui non parliamo.

Bezos e il Futuro della Vita Spaziale

Durante una conferenza tecnologica in Italia nel mese di ottobre, Jeff Bezos, fondatore di Amazon e Blue Origin, ha fatto una previsione audace: nei prossimi decenni, milioni di persone potrebbero vivere nello spazio, principalmente perché lo desiderano. Secondo lui, i robot risulteranno più convenienti degli esseri umani per svolgere i lavori nello spazio.

Questa affermazione ha attirato la mia attenzione quando, poche settimane dopo, ho assistito a una presentazione al TechCrunch Disrupt di San Francisco. Will Bruey, fondatore di Varda Space Industries, ha espresso una previsione sorprendente: entro 15-20 anni, sarà più conveniente inviare lavoratori umani in orbita per un mese piuttosto che sviluppare macchine più avanzate.

La dichiarazione di Bruey ha sollevato interrogativi tra il pubblico, spingendo a riflettere su chi, in fin dei conti, sarà chiamato a lavorare tra le stelle, e in quali condizioni.

Evoluzione Etica e Sfide Legali nello Spazio

Per approfondire queste questioni, ho intervistato Mary-Jane Rubenstein, decano delle scienze sociali e docente di religione e studi sulla scienza e la tecnologia all’Università di Wesleyan. Rubenstein è autrice del libro “Worlds Without End: The Many Lives of the Multiverse”, usato come base di ricerca per il film vincitore di premi “Everything Everywhere All at Once” del 2022. Recentemente ha affrontato le questioni etiche legate all’espansione nello spazio.

La sua risposta alla previsione di Bruey evidenzia un problema fondamentale: il dislivello di potere. “I lavoratori già faticano qui sulla Terra a pagare le bollette e a garantire la propria sicurezza e assicurazione. La loro dipendenza dai datori di lavoro aumenta enormemente nello spazio, dove non solo necessitano di uno stipendio e talvolta di assistenza sanitaria, ma anche accesso a cibo, acqua e aria”, ha spiegato Rubenstein.

La sua analisi dello spazio come luogo di lavoro è piuttosto diretta. Sebbene sia facile romanticizzare l’idea dello spazio come un rifugio privo di limiti, è importante ricordare che non ci sono oceani, montagne o uccelli che cinguettano. “Non è affatto bello lassù”, ha detto Rubenstein. “Affatto.”

Le preoccupazioni di Rubenstein vanno oltre la protezione dei lavoratori. C’è anche la questione, sempre più controversa, di chi possieda cosa nello spazio. Nel 1967, il Trattato sullo Spazio Esterno stabilì che nessuna nazione può reclamare sovranità sui corpi celesti. La luna, Marte e gli asteroidi dovrebbero appartenere a tutta l’umanità. Tuttavia, nel 2015, gli Stati Uniti hanno approvato il Commercial Space Launch Competitiveness Act, che consente di possedere ciò che si estrae dai corpi celesti, pur non potendo rivendicare la proprietà delle loro superfici.

Rubenstein fa un’analogia: “È come dire che non puoi possedere una casa, ma puoi possedere tutto ciò che c’è dentro.” Infatti, corregge se stessa, affermando che è peggio di così: “È più come dire che non puoi possedere la casa, ma puoi avere le tavole del pavimento e le travi. Perché ciò che c’è sulla Luna è la Luna. Non c’è differenza tra ciò che contiene e la Luna stessa.”

Le aziende si stanno già preparando per sfruttare questa realtà. AstroForge mira a estrarre minerali dagli asteroidi, mentre Interlune vuole estrarre l’elio-3 dalla Luna. Il problema è che queste risorse non sono rinnovabili. “Una volta che gli Stati Uniti prendono l’elio-3, la Cina non può ottenerlo e viceversa”, spiega Rubenstein.

La reazione internazionale al leggi del 2015 è stata rapida. Al meeting del 2016 del Comitato ONU per gli Usinelli Pacifisti dello Spazio, la Russia ha definito la legge come una violazione unilaterale del diritto internazionale. Il Belgio ha espresso preoccupazioni riguardo a squilibri economici globali. In risposta, nel 2020, gli Stati Uniti hanno creato gli “Accordi Artemis”, intese bilaterali con nazioni alleate per formalizzare l’interpretazione americana del diritto spaziale, soprattutto intorno all’estrazione delle risorse. Attualmente, ci sono 60 firmatari, sebbene Russia e Cina non siano incluse.

Alcuni critici vedono negli accordi un tentativo degli Stati Uniti di imporre regole a cui gli altri devono aderire o rimanere esclusi. Gli Accordi non affermano esplicitamente che l’estrazione delle risorse sia legale, ma affermano che non costituisce “appropiazione nazionale”, come vietato dal Trattato sullo Spazio Esterno. È una danza delicata intorno a un argomento molto complesso.

Rubenstein propone un ritorno al controllo da parte delle Nazioni Unite, mentre suggerisce di abrogare la Wolf Amendment, una legge del 2011 che praticamente vieta alla NASA di collaborare con la Cina senza autorizzazione. La sua proposta si basa sull’idea che se è possibile immaginare progetti audaci nello spazio, allora è possibile anche un dialogo tra Stati Uniti e Cina.

Rubenstein condivide un’ulteriore preoccupazione rispetto a come stiamo scegliendo di gestire lo spazio. La sua visione attuale del settore è preoccupante, visto che vede un approccio volto a trasformare la luna in una sorta di “distributore cosmico di carburante”, minando asteroidi e sviluppando capacità belliche in orbita come profondamente errato. Sottolinea come le opere di fantascienza abbiano offerto modelli diversi su come concepire lo spazio, categorizzandole in tre gruppi principali: conquiste, distopie e finzione speculativa.

Nonostante le sue preoccupazioni, Rubenstein identifica opportunità per un cambiamento positivo, come rafforzare le normative ambientali per gli attori spaziali. Siamo solo all’inizio della comprensione dell’impatto delle emissioni dei razzi sull’atmosfera. Un’altra opportunità è la questione dei detriti spaziali, un problema che sta diventando sempre più urgente con oltre 40.000 oggetti tracciabili in orbita. “Nessuno vuole una catastrofe, e questo è un problema che riguarda tutti”, afferma.

Stiamo assistendo alla formazione di iniziative per affrontare questo problema e il potenziale di collaborazione tra accademici, rappresentanti della NASA e figure di settore per un approccio più etico e consapevole al futuro dello spazio rimane alto.

Fonti ufficiali:

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