“È ancora Natale”, il brano di Mario Signorile che racconta il Natale dal punto di vista di chi non ha nulla da festeggiare

Pubblicato il da Anna Gaia Cavallo - aggiornato il - Trend

“È ancora Natale”, il brano di Mario Signorile che racconta il Natale dal punto di vista di chi non ha nulla da festeggiare

«È ancora Natale, ma mi fa così male vedere la neve posare e mescolarsi con la cenere. E mi chiedo se mi senti sotto questi bombardamenti, tra i silenzi ed i lamenti di un Natale che c’è stato portato via». Con queste parole, Mario Signorile apre “È ancora Natale”, un brano che porta il Natale fuori dai suoi confini abituali e lo colloca dove la festa non esiste più.

Il singolo nasce dalla scelta di affidare il racconto a una lettera immaginaria scritta da bambini rifugiati, che hanno dovuto lasciare fuori dalla loro storia la spensieratezza propria della loro età e hanno guardare con i loro occhi orrori che nessun loro coetaneo dovrebbe neanche poter immaginare. “È ancora Natale”, cioè, ci fa comprendere quanto la linea che separa due pezzi di mondo sia così netta: da un lato c’è chi può festeggiare il Natale in famiglia, senza troppe preoccupazione, nel calore della sua casa, dall’altro chi, invece, non ha più nulla e vive in un mondo che conosce tregue.

Ad accompagnare Mario Signorile in questo brano il coro dell’Accademia Musicale Battista Bia, arricchito da voci che lo stesso artista e il produttore Lorenzo Lorusso hanno preparato e seguito una per una. Signorile qui interpreta un volontario, ma i veri protagonisti sono i bambini, che parlano della guerra come possono e guidano interamente la narrazione.

L’artista ha scelto di andare al di là delle emozioni e di esplorare i confini dell’attualità, in un mondo in cui le festività sono solo giorni qualsiasi si sofferenza. Basti pensare che, stando ai dati, UNHCR, il 2024 si è chiuso con oltre 123 milioni di persone in fuga, di cui circa il 40% minorenni costretti ad abbandonare la propria casa.

“È ancora Natale” si rivolge a quel milione di bambini che — come riportato da UNICEF e Save the Children — vivono in aree di conflitto attivo, trasformando la “vera magia” dell’infanzia in una frase che non necessita commenti: «Ho disegnato un albero con la polvere di fango».

La presenza dell’adulto volontario rende il brano un omaggio – doveroso potremmo dire – a migliaia di operatori che lavorano nelle aree di emergenza e che operano – lontano dalle luce dei riflettori – per salvaguardare, per quanto possono, i bambini e le persone di tutto il mondo, insegnandoci una preziosa lezione di vita: è importante dedicare del tempo a chi è stato privato di tutto.

Il riferimento a “Happy Xmas (War Is Over)” di John Lennon è stato inevitabile, anche se il brano del 1971 apparteneva a un’epoca in cui la speranza di una tregua era pensabile

L’accostamento tra immagini tradizionali («le campane suonare, e le stelle brillare») e quelle del conflitto («gli allarmi strillare, e non so più se pregare») crea una dissonanza che racconta cinquant’anni di promesse non mantenute. La Tregua di Natale del 1914, citata dall’artista, fu un lampo isolato di umanità: oggi, l’unico appello alla tregua sembra arrivare dall’arte, non dal fronte.

Il videoclip ufficiale è perfettamente coerente con il concept: girato nel Palazzetto dello Sport di Carbonara (Bari) — spazio quotidiano di un quartiere — trasforma un luogo familiare in un rifugio.

Il progetto, autofinanziato, è stato reso possibile grazie alla generosità del Presidente del Carbonara Volley, Vittorio Scagliarini, che ha concesso le riprese all’interno dell’edificio.

Non possiamo non citare la chiusura del brano, che spiega tutto il senso del brano: «Caro Babbo Natale, so che è troppo quel che chiedo, ma se il mondo avesse cuore fermerei questo dolore. Ma è ancora Natale e ho unito le loro voci: porta un po’ di pace ed un mondo migliore.»

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