Essere John Malkovich: il film che trasformò l’identità in un viaggio surreale

Pubblicato il da Anna Gaia Cavallo - aggiornato il - Tv e Spettacolo

Essere John Malkovich: il film che trasformò l’identità in un viaggio surreale

Il 29 ottobre 1999 arrivava nelle sale americane uno dei film più sorprendenti e difficili da classificare degli anni Novanta: Essere John Malkovich. Diretto da Spike Jonze al suo esordio cinematografico e scritto da Charlie Kaufman, il film prendeva un’idea apparentemente assurda — un portale capace di condurre direttamente nella mente dell’attore John Malkovich — e la trasformava in una commedia nera sulla ricerca dell’identità, sul desiderio e sull’ossessione per la vita degli altri. La première si era tenuta poche settimane prima al New York Film Festival.

Al centro della storia c’è Craig Schwartz, un burattinaio interpretato da John Cusack che si ritrova a lavorare in un ufficio decisamente particolare. Dietro una parete scopre infatti un piccolo passaggio che conduce direttamente nella testa di John Malkovich. L’esperienza dura quindici minuti e permette a chiunque entri nel portale di vedere il mondo attraverso gli occhi dell’attore prima di essere espulso sul ciglio di una strada. Quello che inizialmente sembra un fenomeno inspiegabile diventa presto un’occasione per guadagnare denaro e, soprattutto, per vivere una vita diversa dalla propria.

Accanto a Cusack e Malkovich ci sono Cameron Diaz, nei panni della moglie Lotte, e Catherine Keener, che interpreta Maxine. Il cast e soprattutto la sceneggiatura contribuirono a trasformare un’idea surreale in una storia sorprendentemente stratificata. Il film ottenne infatti tre nomination agli Oscar del 2000: miglior regia per Jonze, miglior sceneggiatura originale per Kaufman e miglior attrice non protagonista per Keener.

Un burattinaio alla ricerca di se stesso

Craig Schwartz è un uomo che sembra avere perso il controllo della propria esistenza. È un burattinaio talentuoso, ma incapace di trasformare la propria passione in una vera carriera. La sua vita matrimoniale è tutt’altro che felice e il rapporto con la moglie Lotte è segnato da una distanza crescente.

Quando accetta un lavoro d’ufficio per necessità economiche, Craig si ritrova in un ambiente quasi altrettanto surreale della sua vita. È qui che scopre il passaggio segreto che conduce nella mente di John Malkovich.

La scoperta cambia completamente le sue prospettive. Per la prima volta Craig può entrare letteralmente nel corpo e nella vita di qualcun altro, vivendo un’esperienza che gli permette di dimenticare, almeno temporaneamente, la propria identità.

Il portale nella testa di John Malkovich

È l’idea che rende il film immediatamente riconoscibile. Dietro un archivio dell’ufficio si trova una piccola porta che conduce in un tunnel. Chi decide di attraversarlo viene trasportato nella coscienza di John Malkovich.

Per quindici minuti la persona che entra vede il mondo attraverso gli occhi dell’attore, ascolta ciò che ascolta lui e sperimenta la realtà dalla sua prospettiva. Alla fine, il viaggio termina e il visitatore viene espulso fuori dall’edificio.

Il meccanismo sembra inizialmente una trovata comica, ma Kaufman lo utilizza per porre una domanda molto più complessa: che cosa succederebbe se potessimo davvero essere qualcun altro?

John Malkovich interpreta se stesso

Una delle intuizioni più brillanti del film consiste nell’affidare a John Malkovich il ruolo di una versione fittizia di se stesso. L’attore diventa così contemporaneamente personaggio, oggetto del desiderio e terreno sul quale gli altri protagonisti proiettano le proprie fantasie.

Il film gioca continuamente con la distanza tra la persona pubblica e quella privata. Malkovich viene trasformato in una sorta di spazio narrativo nel quale gli altri personaggi cercano di entrare, letteralmente e metaforicamente.

La sua disponibilità a ridicolizzare la propria immagine pubblica diventa quindi una componente essenziale dell’operazione. Il nome stesso dell’attore finisce per diventare parte della storia e del meccanismo comico.

Cameron Diaz è Lotte Schwartz

Quando oggi si pensa a Cameron Diaz, è facile associarla soprattutto alle grandi commedie degli anni successivi. In Essere John Malkovich, però, l’attrice offre una trasformazione molto diversa, interpretando Lotte Schwartz.

Lotte è la moglie di Craig e inizialmente appare frustrata dalla propria vita. L’ingresso nella mente di Malkovich apre anche per lei una possibilità inattesa: sperimentare un’identità differente e comprendere qualcosa di nuovo su se stessa.

Il personaggio permette al film di affrontare il tema dell’identità da una prospettiva ancora diversa. Non esiste infatti una sola persona che desidera essere Malkovich: il portale diventa progressivamente uno strumento attraverso il quale ciascun protagonista cerca qualcosa che sente di non possedere.

Catherine Keener e il personaggio di Maxine

Maxine Lund, interpretata da Catherine Keener, è una delle figure più enigmatiche del film. Affascinante, sicura di sé e apparentemente molto più consapevole dei propri desideri rispetto a Craig, diventa rapidamente il centro delle sue attenzioni.

Il rapporto tra Maxine, Craig e Lotte costituisce una delle linee narrative più complesse della pellicola. Il portale non è soltanto una porta verso la mente di un’altra persona: diventa anche lo strumento attraverso il quale i protagonisti sperimentano nuove forme di desiderio e di relazione.

La performance di Keener venne riconosciuta dall’Academy con una nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista.

La mente di Charlie Kaufman

Prima di Essere John Malkovich, Charlie Kaufman non era ancora il nome che sarebbe diventato sinonimo di cinema surreale e autoriflessivo. La sceneggiatura del film rappresentò però immediatamente qualcosa di fuori dall’ordinario.

Kaufman prende una premessa impossibile e la tratta con una sorprendente attenzione alle conseguenze. Se esiste davvero un modo per entrare nella testa di un’altra persona, chi lo utilizzerà? Per quale motivo? E soprattutto, quanto può essere pericoloso confondere la propria identità con quella di qualcun altro?

Il risultato è una sceneggiatura che alterna commedia, fantasia, romanticismo, inquietudine e riflessione sull’identità, senza appartenere completamente a nessuno di questi generi.

L’esordio cinematografico di Spike Jonze

Per Spike Jonze, il film rappresentò il debutto alla regia di un lungometraggio. Fino a quel momento era conosciuto soprattutto per il lavoro nel mondo dei videoclip e della pubblicità.

Jonze porta nel film quella sensibilità visiva costruita attraverso immagini spesso eccentriche, movimenti di macchina particolari e un gusto per il surreale. Il suo approccio permette alla sceneggiatura di Kaufman di diventare qualcosa di concreto senza perdere la sua natura straniante.

Il risultato fu anche il riconoscimento dell’Academy: Jonze ricevette la nomination all’Oscar per la miglior regia, una delle tre candidature ottenute dal film.

Quando il cinema entra nella propria storia

Essere John Malkovich è anche un film sul cinema e sulla celebrità. L’attore non è soltanto un personaggio: è un’identità riconoscibile che viene utilizzata come materiale narrativo.

Il pubblico conosce John Malkovich come attore e proprio questa consapevolezza rende ancora più straniante l’idea di poter entrare nella sua testa. Il film sfrutta quindi la fama come elemento narrativo.

La celebrità diventa una sorta di corpo pubblico nel quale gli altri possono proiettare aspirazioni, desideri e fantasie. Essere qualcun altro, in questo caso, significa anche appropriarsi temporaneamente dello sguardo che il mondo ha su quella persona.

Una commedia che diventa inquietante

Nonostante la premessa e molte situazioni siano costruite per suscitare il riso, il film non è mai una semplice commedia. Più la storia procede, più il portale assume una dimensione inquietante.

Il concetto di poter entrare nella mente di un’altra persona solleva infatti interrogativi sulla libertà individuale e sul controllo del proprio corpo. Malkovich, in quanto persona la cui coscienza viene utilizzata dagli altri, perde progressivamente il monopolio sulla propria identità.

La risata diventa così spesso un modo per affrontare una situazione che, osservata da un’altra prospettiva, potrebbe essere decisamente disturbante.

Il cinema di fine anni Novanta

Arrivato nel 1999, Essere John Malkovich appartiene a una stagione particolarmente fertile del cinema americano indipendente e d’autore. Era un periodo nel quale film originali e difficili da classificare potevano ancora trovare spazio all’interno della distribuzione mainstream.

La pellicola si inserisce in questo contesto con una proposta quasi impossibile da sintetizzare in una sola frase: una commedia su un burattinaio, un portale nella testa di un attore, un triangolo sentimentale e una riflessione sulla natura dell’identità.

La sua stessa esistenza dimostra quanto possa essere produttiva, nel cinema, una premessa che non cerca necessariamente di assomigliare a ciò che è già stato fatto.

Tre nomination agli Oscar

Il riconoscimento arrivò anche dall’Academy. Alla cerimonia degli Oscar del 2000, Being John Malkovich ottenne tre nomination: Spike Jonze per la regia, Charlie Kaufman per la sceneggiatura originale e Catherine Keener come miglior attrice non protagonista.

Nessuna delle tre candidature si trasformò in una vittoria, ma il risultato contribuì a certificare l’importanza del film all’interno della stagione cinematografica del 1999.

In particolare, la nomination alla regia rappresentò un riconoscimento significativo per Jonze, che aveva appena fatto il proprio debutto nel lungometraggio.

Il rapporto tra Spike Jonze e Charlie Kaufman

Il sodalizio tra Jonze e Kaufman non si sarebbe fermato a Essere John Malkovich. I due sarebbero tornati a collaborare pochi anni dopo con Adaptation., film del 2002 ancora una volta costruito intorno a un’idea narrativa estremamente originale.

In Adaptation., Kaufman porta sullo schermo una versione fittizia di se stesso alle prese con la difficoltà di scrivere una sceneggiatura. Jonze trasforma nuovamente la sua scrittura in un film che gioca con i confini tra realtà e finzione.

La collaborazione avrebbe quindi confermato una particolare sintonia creativa, già evidente nel loro primo lavoro insieme.

Un film sull’identità

Al di là dell’assurdità della premessa, Essere John Malkovich è soprattutto una storia sul desiderio di essere qualcun altro. Craig, Lotte e Maxine guardano alla vita altrui come a una possibilità di fuga dalla propria.

Il portale rende letterale una sensazione che appartiene all’esperienza umana: quella di immaginare che la vita degli altri sia più interessante, più libera o più desiderabile della propria.

Il film non offre però una risposta semplice. Piuttosto, porta questa fantasia alle sue estreme conseguenze e mostra quanto possa diventare complicato separare ciò che siamo da ciò che vorremmo essere.

L’eredità di Essere John Malkovich

A più di venticinque anni dalla sua uscita, Essere John Malkovich rimane uno dei film più riconoscibili del cinema americano di fine anni Novanta. La sua forza nasce dall’incontro tra una sceneggiatura radicalmente originale, la regia di Spike Jonze e un cast disposto a giocare con le proprie identità cinematografiche.

Il film trasformò un’idea assurda in una riflessione sulla celebrità, sul desiderio, sul corpo e sulla necessità di trovare un posto nel mondo. E lo fece senza rinunciare all’ironia, lasciando allo spettatore la libertà di ridere di una situazione che, in fondo, contiene anche qualcosa di profondamente inquietante.

Il 29 ottobre 1999, con il suo arrivo nelle sale di Los Angeles e New York, iniziava così il percorso di uno dei debutti più singolari del cinema contemporaneo. E forse non esiste modo migliore per ricordarlo che attraverso la sua stessa domanda implicita: quanto della nostra identità siamo davvero disposti a lasciare andare pur di poter vivere, anche solo per un momento, la vita di qualcun altro?

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