Fast fashion, il costo ambientale dei vestiti: acqua, tinture e microfibre sotto accusa (pagina 3)
Pubblicato il da Luigi Salemi - aggiornato il - Green
Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda il lavaggio dei vestiti. Durante i cicli in lavatrice, soprattutto nel caso dei tessuti sintetici, possono liberarsi minuscole fibre. Una parte può essere trattenuta dai sistemi di trattamento delle acque reflue, ma una quota può comunque raggiungere l’ambiente.
Le microfibre possono quindi entrare negli ecosistemi acquatici e contribuire al problema più generale della presenza di microplastiche nell’ambiente. Il fenomeno è oggetto di numerosi studi perché riguarda una fonte diffusa e quotidiana di particelle plastiche.
Anche la frequenza con cui acquistiamo e sostituiamo i vestiti è importante. Un modello basato su capi prodotti rapidamente e destinati a essere utilizzati per periodi brevi significa infatti aumentare il numero di risorse impiegate per produrre, trasportare, lavare e smaltire gli indumenti.
Per ridurre l’impatto non è necessariamente necessario rinunciare alla moda. Può essere più efficace comprare meno e scegliere meglio, utilizzare più a lungo i capi, ripararli quando possibile, lavarli soltanto quando necessario e privilegiare prodotti progettati per durare.
Anche la seconda mano e il riuso possono allungare la vita degli indumenti e ridurre la necessità di produrne continuamente di nuovi. Quando un capo non è più utilizzabile, inoltre, è importante conferirlo secondo le modalità previste per la raccolta dei tessili.
La sostenibilità della moda, quindi, non dipende da una singola fibra considerata “buona” o “cattiva”. Conta l’intero percorso del capo: quante risorse sono state utilizzate per produrlo, quanto a lungo viene indossato, come viene lavato e cosa accade quando non serve più. È proprio in queste scelte quotidiane che anche il consumatore può contribuire a ridurre l’impatto ambientale del proprio guardaroba.