Hepatite E: sintomi, diagnosi, trattamenti e possibili complicazioni (pagina 2)
Pubblicato il da Germana Bevilacqua - aggiornato il - Sintomi e Cure: consigli, rimedi e prevenzione
L’epatite E si trasmette attraverso la via “fecale-orale”, ovvero il virus si diffonde principalmente consumando cibo o bevande contaminati da feci. Questo è particolarmente comune in aree del mondo dove le opzioni di smaltimento delle feci e i sistemi igienico-sanitari sono limitati. Situazioni di guerra o disastri naturali possono amplificare il rischio, poiché le infrastrutture igieniche vengono a mancare, aumentando la possibilità di contrarre l’infezione bevendo acqua non potabile. Un’altra via di contagio meno frequente è il consumo di carne di maiale o di cervo poco cotta.
È importante notare che l’epatite E non è sancita come malattia a trasmissione sessuale (STD), anche se ci sono teorie che suggeriscono una potenziale trasmissione attraverso pratiche orali-anali. Attualmente, le modalità di contagio più riconosciute rimangono quelle legate alla contaminazione alimentare e acquatica.
Sintomi e segni dell’epatite E
I sintomi dell’infezione da epatite E possono includere febbre, perdita di appetito, stanchezza, nausea e vomito, ittero (colorazione gialla della pelle e degli occhi), dolori addominali sul lato destro, urine scure e feci chiare. La durata dei sintomi può variare fino a sei settimane, e si stima che solo tra 1 su 2 e 1 su 13 soggetti infetti sviluppi sintomi evidenti. In genere, gli adulti tra i 15 e i 40 anni mostrano maggiori segnali d’allerta, mentre i bambini tendono a presentare sintomi più lievi.
La contagiosità del virus inizia circa una settimana prima dell’insorgenza dei sintomi e persiste per un massimo di quattro settimane. I soggetti infetti che non adottano buone pratiche igieniche, come il lavaggio delle mani dopo l’uso del bagno, possono contribuire alla diffusione dell’epatite E.
Gravidanza e epatite E
Le donne in gravidanza sono ad alto rischio di complicazioni a causa dell’epatite E. Le infezioni possono portare a gravi esiti, come insufficienza epatica acuta o perdita del feto, soprattutto se contratte nella fase finale della gestazione. La mortalità in questa populazione può raggiungere il 25% se l’infezione è contratta dopo la 29ª settimana di gravidanza.
Per quanto riguarda l’allattamento, non ci sono prove che suggeriscano un aumento del rischio di trasmissione dell’infezione al neonato.
Diagnosi e trattamento dell’epatite E
La diagnosi dell’epatite E avviene tramite esami del sangue o delle feci, con focus su anticorpi specifici contro il virus o sul rilevamento del materiale genetico del virus stesso. Dato il numero ridotto di casi negli Stati Uniti, è consigliato contattare i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) in caso di sospetto di epatite E. Attualmente non esistono farmaci antivirali standardizzati per il trattamento dell’epatite E acuta; la gestione consiste principalmente nel supporto dei sintomi.
Le terapie sperimentali, come la ribavirina, sono utilizzabili in casi di infezione cronica, generalmente nei pazienti immunocompromessi. È fondamentale consultare un medico, specialmente in gravidanza, poiché alcuni trattamenti possono avere effetti indesiderati significativi.
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