Il costo nascosto dei sussidi alla pesca: impatti ambientali e sostenibilità a rischio.

Pubblicato il da Luigi Salemi - Green

Il costo nascosto dei sussidi alla pesca: impatti ambientali e sostenibilità a rischio.

Sussidi alla pesca: un problema economico e ambientale

I governi destinano annualmente circa 35 miliardi di dollari in sussidi per la pesca, gran parte dei quali sostiene flotte capaci di operare al di fuori dei limiti sostenibili delle scorte ittiche. La ricerca suggerisce che molte attività di pesca nelle alte mare sarebbero poco redditizie senza il supporto pubblico, ponendo interrogativi sulla reale produttività di alcune di queste operazioni. Iniziative recenti, come l’accordo dell’OMC sui sussidi alla pesca, mirano a limitare il supporto legato alla pesca illegale e alle scorte esaurite, aumentando la trasparenza su come i governi finanziamo le loro flotte.

Un approccio che considera gli oceani come beni pubblici – riformando i sussidi e investendo nel monitoraggio e negli ecosistemi costieri – potrebbe aiutare i governi a ridurre i rischi fiscali a lungo termine, favorendo nel contempo la salute delle risorse ittiche.

La finanza pubblica tende a mantenere alcuni costi lontani dai libri contabili, e gli oceani sono da tempo tra questi. Sebbene i governi parlino frequentemente di “crescita blu” e “uso sostenibile”, molte politiche continuano a trattare gli ecosistemi marini come risorse gratuite, disponibili e facilmente sostituibili. Ne deriva un declino ecologico che si traduce anche in un problema fiscale. Gli stati si trovano a dover affrontare rischi che non tollerebbero sulla terraferma.

La pesca rappresenta un esempio lampante. Da decenni, una larga fetta dello sforzo industriale è sostenuta da denaro pubblico. Un’analisi influente della pesca in alta mare ha trovato che i governi hanno sostenuto le flotte in alta mare con circa 4,2 miliardi di dollari nel 2014, superando i benefici economici netti di quella pesca. Senza i sussidi, fino al 54% delle aree di pesca in alta mare attualmente sfruttate sarebbe risultata non redditizia ai prezzi e costi in vigore all’epoca.

La vera natura dei sussidi alla pesca

La questione non riguarda solo chi paga, ma anche ciò che i soldi acquistano. Un dataset globale distingue i sussidi che aumentano la capacità di pesca — come i sussidi per il carburante, le esenzioni fiscali, il supporto alla costruzione di imbarcazioni e lo sviluppo dei porti — da quelle considerate benefiche, come la gestione e la ricerca. Questa distinzione sottolinea un cambiamento pratico nell’uso del denaro pubblico.

Alcuni investimenti pubblici migliorano la sicurezza e la sostenibilità, mentre altri sussidi aumentano solo lo sforzo di pesca. L’accordo sui sussidi alla pesca dell’OMC, entrato in vigore nel settembre 2025, cerca di rendere queste distinzioni effettive. Esso proibisce i sussidi legati alla pesca illegale, non riportata e non regolamentata, nonché alla pesca su stock sovrasfruttati, con eccezioni per le misure di ricostruzione. Inoltre, il documento stringe i requisiti di trasparenza, chiedendo ai membri di riportare dati come l’identificazione delle imbarcazioni, lo stato delle scorte e le informazioni sulle catture.

Portare gli oceani nei bilanci pubblici non è principalmente una questione di teoria del capitale naturale, ma di come una migliore contabilità cambia gli incentivi in settori già monitorati dai governi: bilanci, spese fiscali e responsabilità riguardanti i rischi di disastri. Considerare una pesca come un bene rinnovabile comporta l’obbligo di proteggerne la capacità produttiva e di smettere di sussidiarne la liquidazione. Ciò può significare spostare il supporto dai sussidi per il carburante e la capacità verso il monitoraggio, la scienza e l’applicazione delle normative.

Un recente studio sull’esperienza cinese ha dimostrato che le riduzioni dei sussidi dannosi sul carburante hanno accelerato il ritiro delle imbarcazioni e ridotto la capacità, in particolare tra le flotte più vecchie e piccole. È emerso che il ritiro delle imbarcazioni sostenuto da sussidi è stato un importante motore della riduzione della capacità della flotta.

Le informazioni raccolte per rispettare i requisiti di trasparenza dell’accordo OMC possono semplificare la gestione e l’applicazione delle normative, rendendo più economico e efficace il monitoraggio delle flotte. Investimenti modesti possono rendere l’applicazione della legge più prevedibile, facilitando la giustificazione di queste spese nei ministeri delle finanze.

I porti, spesso trascurati, rappresentano un altro strumento finanziario da sfruttare. Quando si espandono, i governi tendono a considerare l’escavazione, le banchine e l’approfondimento dei canali come infrastrutture convenzionali, mentre la perdita degli ecosistemi è vista come una conseguenza inevitabile. In realtà, ecosistemi come le mangrovie e le barriere coralline fungono da infrastrutture protettive, riducendo l’energia delle onde e limitando l’erosione.

Un governo fiscalmente responsabile non ha bisogno di romanticizzare la natura per agire su questi temi. Può porsi questioni più mirate: quali investimenti riducono le responsabilità attese? In alcune situazioni, ciò può giustificare la conservazione delle mangrovie parallela all’espansione portuale o il finanziamento del ripristino delle barriere coralline come misura di riduzione del rischio. La sfida consiste nel fatto che gli asset oceanici sono diffusi e i loro benefici si manifestano nel tempo, mentre i sussidi e i contratti di costruzione offrono risultati immediati.

La riforma contabile è quindi cruciale: l’accento dell’accordo OMC sulla trasparenza fornisce un modello da seguire: richiedere la divulgazione, standardizzare i rapporti e presentare le informazioni in modi che permettano il confronto delle performance da parte di soggetti esterni. Una volta che le informazioni diventano pubbliche, risulta più difficile difendere politiche che appaiono vantaggiose solo perché i costi sono spostati altrove.

Fonti:

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