Il progetto della base lunare Artemis solleva dubbi legali significativi.

Pubblicato il da Ignazio Aragona - Tecnologia

Il progetto della base lunare Artemis solleva dubbi legali significativi.

Il ritorno sulla Luna: Missione Artemis II di NASA

Mercoledì, NASA si prepara a lanciare quattro astronauti per la sua missione Artemis II, segnando così un nuovo capitolo nella corsa verso la Luna. La missione prevede che gli astronauti a bordo della capsula Orion compiano un volo attorno alla Luna, per poi rientrare sulla Terra dopo 10 giorni. Questo esperimento sarà fondamentale per testare le attrezzature e i sistemi che, si spera, porteranno gli americani a calcare di nuovo il suolo lunare nel 2028, durante la missione Artemis IV. Sebbene NASA non sia ancora pronta per un atterraggio umano, l’obiettivo nei prossimi cinque anni è di non solo inviare persone sulla Luna, ma di stabilire una presenza umana prolungata sulla sua superficie.

Una presenza duratura e le sfide logistiche

A differenza delle missioni Apollo degli anni ’60 e ’70, Artemis punta a una permanenza prolungata sulla Luna. Sebbene la durata esatta di questa presenza sia ancora da definire, l’intenzione è quella di creare una base lunare che permetta agli astronauti di vivere per settimane o anche mesi.

Questa visione complicherà notevolmente le operazioni logistiche, poiché gli astronauti non potranno portare con sé tutti i materiali e le risorse necessari. Sarà essenziale sfruttare le risorse limitate disponibili sulla Luna tramite un processo noto come utilizzo delle risorse in situ. Invece di trasportare ingenti quantità d’acqua dalla Terra, ad esempio, sarà più pratico cercare del ghiaccio sulla Luna e scioglierlo per usarlo. Semplice, vero?

Molti degli obiettivi di Artemis si basano sul concetto che le risorse sono fondamentali per sostenere una base lunare; quindi, è necessario costruirla per poterle esplorare. Questo fa sorgere questioni complesse riguardo la scienza e la giurisprudenza internazionale.

L’ambiente lunare è ostile, caratterizzato da radiazioni pericolose, materiale polveroso e un diverso livello di gravità. Anche se meno fantasiosa rispetto ai piani di colonizzazione di Marte promossi dall’amministratore delegato di SpaceX, Elon Musk, l’ambizione di stabilire una base sulla Luna entro il 2030 di NASA rimane audacemente ottimistica. L’agenzia ha sottolineato l’importanza di identificare ed estrarre risorse lunari, come l’acqua per i combustibili e l’elio-3 per l’energia. Tuttavia, la quantità e la distribuzione di queste risorse rimangono ancora da esplorare in modo approfondito.

Le stesse operazioni di estrazione risorse, definite da NASA come una “corsa all’oro lunare”, sollevano interrogativi legali. Infatti, esiste un quadro giuridico internazionale molto limitato riguardante l’esplorazione spaziale, ma una cosa è chiara: nessuno possiede la Luna. Il Trattato sullo Spazio Esterno, firmato quasi 60 anni fa, stabilisce esplicitamente il principio di non appropriazione, il che implica che le nazioni non possono rivendicare sovranità su corpi celesti.

Ma cosa accade con l’estrazione delle risorse? Qui entra in gioco un terreno complicato. Molti esperti, come Cassandra Steer, sostenitrice delle leggi spaziali e fondatrice del Centro per la Governance Spaziale Australiana, affermano che l’estrazione di risorse sarebbe una violazione di questo principio. Il governo statunitense considera però che l’estrazione di risorse non costituisca appropriazione, un’interpretazione contestata da molti giuristi.

Per affrontare queste problematiche, gli Stati Uniti hanno creato gli Artemis Accords, un accordo sottoscritto da oltre 60 nazioni. Pur non essendo un trattato internazionale, stabilisce principi per l’esplorazione spaziale e l’attività lunare. Questi principi comprendono la condivisione dei dati scientifici e la sicurezza nelle operazioni spaziali. Tuttavia, il documento consente anche esplicitamente l’estrazione e l’uso delle risorse spaziali, affermando che ciò non è in contraddizione con il principio di non appropriazione.

Questa posizione implica che le nazioni che iniziano attività come la ricerca o l’estrazione in determinate aree lunari possano avere accesso prioritario a quelle risorse, limitando l’interferenza da parte di altri paesi. In questo modo, non si sta propriamente “possiedendo” la Luna, ma si acquisisce una sorta di diritto di accesso.

Il parallelo con la storia delle appropriazioni terriere nel Vecchio West americano è inevitabile; gli accaparramenti d’acqua sono stati un tema centrale allora così come potrebbero esserlo adesso sulla Luna. Secondo diversi osservatori, gli Artemis Accords potrebbero aprire la porta a queste rivendicazioni di accesso.

La strategia degli Stati Uniti è stata ingegnosa nel legare gli accordi al programma Artemis, costringendo i paesi partecipanti ad accettarli. Paesi come Canada, Giappone e Australia hanno firmato, seguiti da altri come Francia, Israele e India.

Questo potere da parte di così tanti paesi potrebbe significare che, se l’estrazione di risorse sarà accettata nella pratica, l’intenzione originale del Trattato sullo Spazio Esterno potrebbe venire sovvertita da una nuova interpretazione condivisa.

È evidente che la questione di chi ha il dominio politico sulla Luna è fondamentale. Oggi, gli Stati Uniti non stanno solo cercando di riconquistare prestigio, ma anche accesso a risorse spaziali strategiche. Non è solo una questione di esplorazione scientifica, ma è profondamente intrecciata con le dinamiche geopolitiche attuali.

Le nazioni come la Cina, che non ha firmato gli Artemis Accords, intendono sviluppare una propria base lunare in collaborazione con la Russia, aumentando ulteriormente la competizione spaziale. In questo contesto, la domanda di fondo su perché tornare sulla Luna si traduce in una sfida geopolitica, dimostrando che l’esplorazione spaziale è ora un terreno di rivalità, fragilità e opportunità.

Fonti:
– NASA
– United Nations Office for Outer Space Affairs
– Artemis Accords official documentation.

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