Integrazione degli alunni stranieri: differenze tra inclusione e assimilazione nei contesti scolastici.

Pubblicato il da Germana Bevilacqua - Scuola e Università

Integrazione degli alunni stranieri: differenze tra inclusione e assimilazione nei contesti scolastici.

Integrazione degli alunni stranieri: le proposte del Ministero

Durante l’estate, il Ministero dell’Istruzione e del Merito sta elaborando idee per migliorare l’integrazione degli studenti stranieri nelle scuole italiane e nella società. Non tutte le proposte meritano attenzione, ma alcune, se attuate, potrebbero generare risultati positivi. Tra queste, l’ipotesi di stabilire un limite al numero di alunni stranieri per classe per prevenire la formazione di realtà isolate straniere, definite ‘ghetto’. È fondamentale che gli studenti stranieri che arrivano in Italia seguano un sistema condiviso di regole e valori, acquisendo così la nostra identità culturale e la civiltà che abbiamo sviluppato nel corso dei secoli.

Per favorire l’integrazione, il Ministero ha previsto, almeno in teoria, l’inserimento di un significativo numero di insegnanti di italiano per aiutare i nuovi studenti stranieri e coinvolgere le loro famiglie. Questo approccio ha come obiettivo quello di promuovere l’integrazione nelle classi e ridurre il rischio di dispersione scolastica. Queste idee sembrano valide e possono rappresentare una vera opportunità per una gestione più efficiente del tema dell’integrazione.

Modelli di integrazione scolastica in Europa

Esistono principalmente due modelli di inserimento degli alunni stranieri in Europa. Il primo prevede l’inserimento diretto nella classe regolare corrispondente all’età anagrafica. Il secondo modello consiste nell’inserimento in classi di accoglienza o percorsi temporanei per apprendere la lingua prima di passare alle classi comuni. Un approccio misto e flessibile prevede l’inserimento ufficiale nella classe anagrafica con aggiuntivi corsi di lingua e grammatica per accelerare l’apprendimento della lingua del paese ospitante. Maggiore è la competenza linguistica, maggiore è la possibilità di restare nella classe e progredire negli anni scolastici.

Alcuni Paesi utilizzano test linguistici per valutare il livello di competenza della lingua degli alunni stranieri prima dell’assegnazione a una classe. Nonostante la varietà di modalità di attuazione, l’Italia ha prevalentemente adottato il primo modello. E quali risultati ha prodotto questa scelta? Le opinioni sono diverse, ma la mia esperienza personale suggerisce che la strategia attuale non sia la migliore. È difficile immaginare che un ragazzo di 12 o 15 anni, appena arrivato in Italia e con poche o nessuna conoscenza dell’italiano, possa essere immediatamente integrato in una classe della sua età con l’aspettativa che impari rapidamente e segua le lezioni come i suoi compagni. Questa logica solleva interrogativi fondamentali.

Per supportare l’inserimento degli alunni stranieri, esistono alcuni insegnanti di sostegno, ma queste ore di supporto sono spesso insufficienti e gli insegnanti non sempre possiedono le competenze necessarie. Corsi pomeridiani di italiano sono disponibili, ma frequentemente limitati e non sempre partecipati. Anche il piano didattico personalizzato è generalmente a un livello elementare e non considera pienamente le esigenze specifiche dello studente.

Il concetto di ‘inclusione’ viene spesso citato come soluzione, invocando misure compensative che prevedono la collaborazione tra compagni e un graduale inserimento dell’alunno straniero nell’ambiente italiano, anche se continua a usare la sua lingua in famiglia. Questo approccio mira a consentire all’allievo di raggiungere una certa ‘maturità’ senza bocciature, ma non è chiaro quanto questo modello soddisfi le esigenze sia dell’individuo che della comunità. Per mantenere l’attuale modello integrativo, si dovrebbe considerare anche l’idea di estendere i tempi di apprendimento, accettando l’eventualità di ripetizioni non punitive, per rafforzare la preparazione linguistica e culturale degli alunni stranieri.

La mia opinione sul modello scelto dall’Italia per l’inserimento degli studenti non italofoni è di perplessità. Proporrei un approccio più incisivo: il ragazzo straniero, che non padroneggia l’italiano, dovrebbe dedicare un anno intero all’apprendimento della lingua, insieme ad altri coetanei nella stessa situazione. Solo successivamente, si dovrebbe valutare in quale classe inserirlo, considerando il suo livello di competenza linguistica.

Un’alternativa sarebbe l’adozione di un modello misto, che combina l’inserimento nella classe di età con corsi linguistici intensivi, per garantire che l’allievo sviluppi le competenze necessarie per integrarsi più agevolmente nel sistema scolastico. Nonostante ciò, non sono molto ottimista riguardo a un cambiamento significativo nella strategia italiana, che sembra rimanere legata al primo modello di integrazione. Tuttavia, va riconosciuto che il Ministero, anche con risorse limitate, sta cercando di attuare misure efficaci per affrontare questa importante questione.

In conclusione, la questione dell’integrazione degli alunni stranieri è complessa e richiede un approccio ben ponderato. Investire nell’istruzione linguistica e nei programmi di integrazione è fondamentale per garantire che i ragazzi stranieri possano prosperare nel nostro sistema scolastico e contribuire attivamente alla società.

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