Journey Through the Secret Life of Plants: quando la musica incontrò il mondo delle piante
Pubblicato il da Anna Gaia Cavallo - aggiornato il - Tv e Spettacolo
Stevie Wonder e Journey Through the Secret Life of Plants: quando la musica incontrò il mondo delle piante
Il 30 ottobre 1979 la Tamla, etichetta legata alla Motown, pubblicava Journey Through the Secret Life of Plants, il doppio album con cui Stevie Wonder trasformava in musica un viaggio cinematografico nel mondo vegetale. Non si trattava semplicemente di un nuovo capitolo della sua discografia, ma di un progetto ambizioso e fuori dagli schemi, nato come colonna sonora del documentario The Secret Life of Plants, diretto da Walon Green. L’album arrivava tre anni dopo Songs in the Key of Life, uno dei massimi successi della sua carriera, e mostrava un artista intenzionato a spingersi ancora oltre i confini della canzone pop.
Il documentario prendeva ispirazione dal libro omonimo di Peter Tompkins e Christopher Bird e affrontava il rapporto tra esseri umani e piante, mescolando osservazione scientifica, filosofia e suggestioni quasi spirituali. Wonder si trovò così davanti a una sfida completamente diversa da quella affrontata nei suoi precedenti album: non doveva soltanto comporre delle canzoni, ma tradurre immagini, sequenze e fenomeni naturali in suono. Il risultato fu un’opera di circa un’ora e mezza, distribuita su due dischi e composta da venti brani.
Oggi Journey Through the Secret Life of Plants viene ricordato come uno dei lavori più eccentrici e sperimentali di Stevie Wonder. All’epoca, però, la sua natura così lontana dalla tradizionale formula soul della Motown mise alla prova anche il pubblico che aveva seguito l’artista nei suoi anni di maggiore successo. Tra sintetizzatori, strumenti acustici, orchestrazioni, cori e composizioni strumentali, Wonder costruì un album che sembrava voler osservare la natura non soltanto attraverso la musica, ma attraverso una diversa idea di percezione.
Un progetto nato dal cinema
Journey Through the Secret Life of Plants nasce come colonna sonora di The Secret Life of Plants, documentario diretto da Walon Green e tratto dal libro pubblicato da Peter Tompkins e Christopher Bird. Il film si concentrava sulle caratteristiche e sulle reazioni delle piante, proponendo una prospettiva che per l’epoca appariva particolarmente insolita.
Wonder non aveva inizialmente previsto di realizzare l’intera colonna sonora. Secondo la ricostruzione del progetto, il produttore Michael Braun gli chiese di occuparsi della musica dopo aver ascoltato il brano Tree, inizialmente pensato per accompagnare la parte finale del film. L’artista accettò di affrontare una sfida molto più grande: creare una vera e propria traduzione musicale delle immagini.
Il metodo di lavoro era decisamente particolare. Braun descriveva a Wonder ciò che appariva sullo schermo, mentre l’ingegnere del suono Gary Olazabal indicava la durata delle sequenze. Wonder poteva così costruire la musica seguendo il ritmo delle immagini, trasformando informazioni visive in strutture sonore.
Stevie Wonder davanti a una nuova sfida
Nel 1979 Stevie Wonder arrivava da una stagione discografica straordinaria. Dopo Music of My Mind, Talking Book, Innervisions, Fulfillingness’ First Finale e Songs in the Key of Life, il pubblico si aspettava probabilmente un altro grande album di soul e pop.
Wonder scelse invece di cambiare prospettiva. Journey Through the Secret Life of Plants era soprattutto un’esperienza sonora: accanto alle canzoni comparivano lunghi passaggi strumentali, intermezzi, cori, arrangiamenti orchestrali e sperimentazioni elettroniche.
È proprio questa scelta a rendere il disco particolarmente interessante nella sua discografia. Non cercava di ripetere la formula che aveva già funzionato, ma di utilizzare le possibilità dello studio di registrazione per costruire un linguaggio adatto a un soggetto completamente diverso.
Un doppio album fuori dagli schemi
Il disco comprende 20 tracce e dura complessivamente quasi un’ora e mezza. La struttura è molto diversa da quella di un normale album pop: accanto ai brani cantati trovano spazio numerose composizioni strumentali. Earth’s Creation, The First Garden, Voyage to India e Seasons contribuiscono a creare un’atmosfera contemplativa e cinematografica.
La natura diventa così il vero filo conduttore dell’opera. I titoli stessi evocano semi, alberi, giardini, fiori e stagioni, mentre la musica passa continuamente da momenti orchestrali a episodi più sperimentali.
Il risultato è un lavoro che difficilmente può essere ascoltato con le stesse aspettative riservate a un tradizionale album di Stevie Wonder. È piuttosto una sorta di paesaggio sonoro, costruito per accompagnare un racconto visivo.
La tecnologia entra nella musica
Uno degli aspetti più innovativi del progetto riguarda l’utilizzo della tecnologia. Wonder fece ampio uso dei sintetizzatori e di nuove possibilità offerte dalla registrazione elettronica, contribuendo a creare un suono che si allontanava sensibilmente dalle radici soul dell’artista.
Il disco è particolarmente legato al Computer Music Melodian, uno dei primi sintetizzatori digitali per il campionamento, utilizzato in diverse tracce. L’esplorazione tecnologica diventava così parte integrante della rappresentazione musicale della natura.
Non era però una ricerca tecnologica fine a se stessa. La strumentazione serviva a ottenere timbri e atmosfere capaci di suggerire trasformazioni, movimenti e dimensioni difficili da rappresentare attraverso una struttura pop tradizionale.
Send One Your Love
In mezzo alla componente sperimentale emergeva anche una delle canzoni più accessibili del progetto: Send One Your Love. Il brano divenne il singolo principale dell’album e contribuì a riportare Wonder nelle classifiche americane.
La canzone raggiunse infatti il quarto posto della Billboard Hot 100, dimostrando che anche all’interno di un progetto così insolito Wonder riusciva ancora a costruire una melodia capace di arrivare a un pubblico molto ampio.
Accanto alla versione cantata compare anche una versione strumentale, a conferma della doppia natura dell’album: da una parte il songwriter e cantante, dall’altra il compositore impegnato a creare una colonna sonora.
Outside My Window e Black Orchid
Tra gli altri brani dell’album spiccano Outside My Window e Black Orchid. Il primo riuscì a entrare nella Billboard Hot 100, arrivando al numero 52, mentre Black Orchid raggiunse il numero 63 della classifica britannica.
Le due canzoni mostrano un altro lato del progetto: quello in cui Wonder torna alla forma canzone senza rinunciare completamente all’atmosfera sospesa e contemplativa che caratterizza l’intero disco.
Il contrasto tra brani immediati e lunghi passaggi strumentali contribuisce a rendere Journey Through the Secret Life of Plants un album difficilmente classificabile secondo una sola categoria.
Tra soul, pop e sperimentazione
La critica dell’epoca si trovò davanti a un’opera difficile da collocare. Il disco conteneva elementi soul e pop, ma anche jazz, musica elettronica, cori, orchestrazioni e lunghi momenti strumentali. Il Washington Post, recensendolo nel novembre 1979, sottolineava proprio la distanza dalla tradizionale identità Motown di Wonder.
Questa varietà poteva essere affascinante ma anche spiazzante. Il pubblico che cercava un nuovo album nello stile dei precedenti successi si trovava davanti a un progetto molto più concettuale.
È forse proprio questa distanza dalle aspettative a spiegare perché l’album abbia mantenuto nel tempo un posto particolare nella discografia di Wonder: non è necessariamente il disco più immediato, ma è uno dei più rivelatori della sua curiosità artistica.
Una musica costruita sulle immagini
La peculiarità di Journey Through the Secret Life of Plants sta soprattutto nel rapporto tra musica e immagini. Wonder non si limitò a scrivere brani ispirati alla natura: lavorò direttamente sulle sequenze del documentario.
Il processo gli consentì di trasformare il ritmo delle immagini in quello della musica. Ogni scena poteva diventare un punto di partenza per una melodia, un suono, un intervento orchestrale o una sperimentazione elettronica.
In questo senso l’album anticipa una concezione della colonna sonora in cui la musica non accompagna semplicemente il film, ma diventa un secondo modo di raccontarlo.
La spiritualità della natura
Il progetto non affronta le piante soltanto dal punto di vista scientifico. La musica di Wonder aggiunge una dimensione spirituale e meditativa, suggerendo un’idea della natura come sistema complesso e quasi misterioso.
Brani come The Secret Life of Plants, Tree e A Seed’s a Star/Tree Medley trasformano questo tema in una sorta di percorso musicale, nel quale il seme, l’albero e la crescita diventano metafore più ampie.
È una caratteristica che colloca l’album dentro una sensibilità molto particolare della fine degli anni Settanta, quando anche nella musica pop aumentava l’interesse per ecologia, spiritualità, tecnologia e rapporto tra uomo e ambiente.
Il risultato in classifica
Nonostante la sua natura sperimentale, Journey Through the Secret Life of Plants riuscì a ottenere un risultato commerciale significativo. Negli Stati Uniti arrivò fino al quarto posto delle classifiche Billboard dedicate agli album.
Il risultato era importante anche considerando che il progetto arrivava dopo il successo enorme di Songs in the Key of Life e proponeva al pubblico qualcosa di molto diverso.
L’album avrebbe inoltre continuato a vivere attraverso le sue canzoni e attraverso il crescente interesse per la fase più sperimentale della produzione di Wonder.
Un tour dedicato alle piante
Wonder portò il progetto anche sul palcoscenico. Alla fine del 1979 intraprese un tour di sei città nel quale eseguiva gran parte del materiale di Journey Through the Secret Life of Plants insieme alla sua band Wonderlove e alla National Afro-American Philharmonic Orchestra, diretta da James Frazier Jr.
Le location scelte erano spesso particolarmente prestigiose, tra auditorium, teatri e sale da concerto. Lo spettacolo univa l’esecuzione musicale a proiezioni tratte dal progetto cinematografico.
Era un modo per trasformare quello che sulla carta sembrava un esperimento da studio in una vera esperienza dal vivo, mantenendo il legame tra musica, immagini e natura.
Un album difficile da incasellare
Nel corso degli anni Journey Through the Secret Life of Plants ha assunto una posizione particolare nella carriera di Stevie Wonder. Non appartiene alla fase più celebrata della sua discografia, ma proprio per questo permette di osservare l’artista da una prospettiva diversa.
Qui Wonder non sembra interessato soltanto alla costruzione della hit. È compositore, arrangiatore, sperimentatore e autore di una colonna sonora che deve seguire un racconto visivo.
Il disco diventa quindi anche un documento della sua libertà creativa alla fine degli anni Settanta: dopo aver raggiunto livelli straordinari nel soul e nel pop, Wonder decide di allontanarsi dalla formula del successo per esplorare un territorio completamente nuovo.
La riscoperta nel tempo
Con il passare degli anni, il disco è stato riascoltato anche alla luce della sua componente elettronica e ambientale. La critica contemporanea ha sottolineato proprio la singolarità della sua produzione, tra sintetizzatori, ballate, sperimentazione e composizioni costruite quasi impercettibilmente intorno alle immagini.
La sua particolare combinazione di pop, soul, musica strumentale ed elettronica rende l’album interessante anche per chi voglia comprendere l’evoluzione dello studio recording alla fine degli anni Settanta.
Quello che nel 1979 poteva apparire come un allontanamento dalle aspettative diventa così, con il senno di poi, uno dei capitoli più curiosi della carriera di Wonder.
Il significato di Journey Through the Secret Life of Plants
A più di quarant’anni dalla pubblicazione, Journey Through the Secret Life of Plants rimane soprattutto la testimonianza di un artista che non aveva paura di cambiare direzione. Stevie Wonder avrebbe potuto cercare un’altra conferma dopo il successo dei suoi album precedenti; scelse invece di entrare nel territorio della colonna sonora e della musica sperimentale.
Il progetto dimostra quanto fosse ampia la sua idea di musica. Una melodia poteva raccontare una storia d’amore, ma poteva anche accompagnare la crescita di un seme, il movimento di una pianta o la trasformazione di un paesaggio.
Ed è forse questa la ragione per cui il disco conserva ancora oggi il suo fascino: non è semplicemente un album di Stevie Wonder, ma il tentativo di dare una voce musicale a un mondo che, per definizione, non può parlare.
Il 30 ottobre 1979 la Tamla pubblicava dunque un’opera insolita, visionaria e profondamente personale. Un altro capitolo nella storia di uno degli artisti più importanti della musica del Novecento.