La biodiversità: un valore strategico per il business e la sostenibilità futura.
Pubblicato il da Luigi Salemi - Green
La Perdita di Biodiversità come Rischio Economico Sistemico
La perdita di biodiversità si sta configurando come un rischio economico sistemico, influenzando le catene di approvvigionamento, la stabilità finanziaria e la crescita a lungo termine in vari settori. Questa è l’analisi presentata dall’Intergovernmental Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES). Nonostante la dipendenza diffusa dalla natura, si stima che annualmente fluiscano circa 7,3 trilioni di dollari verso attività dannose per la biodiversità, cifra che supera di gran lunga i fondi destinati alla conservazione. Secondo il report, poche aziende dichiarano attualmente l’impatto della biodiversità, e le misurazioni restano disomogenee, nonostante gli strumenti esistenti possano già influenzare le decisioni operative e di portafoglio.
La mancanza di cambiamenti negli incentivi, nelle politiche e nei sistemi finanziari fa sì che ciò che è profittevole risulti spesso in conflitto con ciò che sostiene i sistemi naturali su cui l’economia si basa.
La Necessità di Riconsiderare il Valore della Natura
Recentemente, durante un incontro a Manchester, i governi hanno accolto un report che pretende di affrontare un tema che il settore economico ha a lungo resistito: riconoscere la biodiversità come un elemento materialmente rilevante per l’economia. Secondo l’IPBES, la perdita della natura non è più un problema ambientale secondario, ma rappresenta un rischio sistemico per le aziende, la stabilità finanziaria e la crescita nel lungo periodo.
Questa tesi si basa su una semplice osservazione: tutte le aziende dipendono, direttamente o indirettamente, dai sistemi naturali. Le colture necessitano di impollinazione e fertilità del suolo; l’energia idroelettrica richiede bacini idrici stabili. Anche le compagnie di assicurazione calcolano il rischio di inondazioni. In effetti, anche le aziende che sembrano lontane da foreste o barriere coralline si affidano a catene di approvvigionamento influenzate dalla disponibilità di acqua, dalla regolazione climatica e dal funzionamento costante degli ecosistemi.
Dal 1992, il capitale umano pro-capite è raddoppiato, mentre le risorse naturali sono diminuite di quasi il 40%. L’economia ha conosciuto una crescita, ma parte della base patrimoniale su cui si fonda è stata erosa.
In termini finanziari, il report mette in luce che nel 2023, circa 7,3 trilioni di dollari, provenienti sia da fonti pubbliche che private, sono stati investiti in attività che hanno un impatto negativo diretto sulla natura. Di questi, circa due terzi provenivano da fonti private. Solo circa 220 miliardi sono stati indirizzati verso la conservazione e il ripristino. I sussidi dannosi ammontano a circa 2,4 trilioni di dollari, evidenziando un netto squilibrio. Ciò indica che mercati e politiche premiano ancora in modo più sicuro la degradazione piuttosto che la tutela.
Le aziende stanno già riscontrando implicazioni pratiche da queste dinamiche. La perdita di biodiversità comporta rischi fisici, come il fallimento delle coltivazioni o la disruption delle forniture. Inoltre, porta a rischi di transizione, poiché le normative si inaspriscono e le aspettative dei consumatori cambiano. In alcune situazioni, gli impatti cumulativi possono oltrepassare i punti critici ecologici, generando conseguenze difficili da riparare.
Le aziende, alle quali è richiesto di rendere conto delle loro operazioni, sono però in difficoltà: meno dell’1% delle aziende pubbliche menziona l’impatto della biodiversità nei propri rapporti. Tra le istituzioni finanziarie che rappresentano circa il 30% della capitalizzazione di mercato globale, i principali ostacoli nel valutare il rischio legato alla natura sono rappresentati dalla difficoltà di accesso a dati affidabili e modelli di previsione.
Riforme Necessarie e Collaborazioni
Il report non propone un singolo strumento o metrica, ma presenta un framework. Le diverse decisioni necessitano metodi differenti. Le operazioni a livello di sito possono richiedere dati contestuali e monitoraggio partecipativo. Le decisioni a livello di portafoglio possono invece fondarsi su analisi del ciclo produttivo o modelli macroeconomici. Gli autori suggeriscono tre criteri di selezione per i metodi: copertura, accuratezza e reattività.
Un tema ricorrente riguarda gli incentivi. Nelle attuali condizioni, ciò che è profittevole spesso si scontra con ciò che è benefico per la biodiversità. La rigenerazione ecologica richiede decenni, mentre i rendimenti sono rendicontati trimestralmente. Il report sottolinea che senza cambiamenti nelle politiche, nel sistema finanziario e nelle norme sociali, le azioni volontarie delle aziende non saranno sufficienti. I governi possono riformare i sussidi, obbligare alla divulgazione di informazioni e adeguare gli strumenti fiscali. Le istituzioni finanziarie possono ristrutturare i portafogli e sviluppare strumenti che premiano la conservazione. La società civile può richiedere maggiore trasparenza.
Le preoccupazioni di distribuzione sono anch’esse rilevanti. Lo sviluppo industriale minaccia circa il 60% delle terre indigene a livello globale, e quasi un quarto dei territori indigeni è sotto alta pressione a causa dello sfruttamento delle risorse. Queste comunità spesso sopportano costi ecologici e culturali sproporzionati.
La necessità di riconsiderare il valore economico della natura non è solo una questione morale, ma rappresenta una condizione economica fondamentale. È imperativo che le aziende, i finanziatori e i governi collaborino per proteggere la biodiversità, garantendo così la stabilità economica a lungo termine.
Fonti ufficiali:
– IPBES. (2026). “IPBES Business and Biodiversity Assessment: Summary for Policymakers”. Zenodo. https://doi.org/10.5281/zenodo.18538597
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