La trappola della donna organizzata: quando essere efficienti diventa un secondo lavoro

Pubblicato il da Germana Bevilacqua - aggiornato il - Donna

La trappola della donna organizzata: quando essere efficienti diventa un secondo lavoro

C’è chi ricorda le scadenze di tutti, prenota le visite mediche, controlla le bollette, organizza i pasti della settimana e sa esattamente quando bisogna comprare il detersivo prima che finisca. È la donna che sembra avere tutto sotto controllo, quella a cui ci si rivolge quando qualcosa va pianificato, risolto o semplicemente ricordato. Da fuori appare efficiente, affidabile, persino infallibile. Ma dietro questa immagine può nascondersi una fatica poco visibile: il lavoro continuo di tenere insieme ogni pezzo della vita.

Essere organizzate è una capacità preziosa. Il problema nasce quando smette di essere una risorsa e diventa un obbligo, una prestazione da garantire ogni giorno, anche quando si è stanche, sovraccariche o si avrebbe soltanto voglia di non pensare a niente. A quel punto l’efficienza non semplifica più la vita: finisce per occuparla.

Non è solo fare, è ricordarsi di tutto

Preparare una cena richiede tempo, ma decidere cosa cucinare, verificare cosa manca, ricordarsi i gusti di ciascuno e tenere conto degli impegni familiari comporta un altro tipo di lavoro. È il cosiddetto carico mentale: l’attività spesso invisibile che consiste nell’anticipare i bisogni, pianificare le incombenze e controllare che tutto proceda come previsto.

Molte donne si ritrovano a gestire questa parte dell’organizzazione anche quando le attività pratiche sono condivise. Qualcuno può fare la spesa, per esempio, ma essere un’altra persona a dover ricordare cosa comprare. Si può dividere un compito senza dividere davvero la responsabilità di pensarci.

Con il tempo, questa disponibilità rischia di trasformarsi in un ruolo fisso. Se una persona è sempre quella che sa, ricorda e risolve, gli altri possono abituarsi a delegarle non soltanto le azioni, ma anche le decisioni. E lei stessa può convincersi che lasciare qualcosa in sospeso significhi essere disattenta, poco affidabile o addirittura egoista.

Il risultato è una mente che continua a lavorare anche nei momenti di riposo. Mentre guarda un film, pensa alla lista delle cose da fare; durante una passeggiata, ricorda una telefonata da effettuare; la sera, invece di staccare, ripassa mentalmente gli impegni del giorno successivo. La giornata finisce, ma il turno mentale continua.

Il coraggio di non essere indispensabili

La trappola dell’organizzazione perfetta è che spesso viene premiata. Una casa ben gestita, un’agenda senza intoppi e una famiglia che riesce a rispettare gli impegni sembrano dimostrare che tutto funziona. Ma raramente ci si domanda quanto costi, a una sola persona, mantenere quell’equilibrio.

Uscirne non significa diventare disordinate o rinunciare alle proprie capacità. Significa riconoscere che non tutto deve essere previsto, che alcuni compiti possono essere svolti in modo diverso dal proprio e che una dimenticanza occasionale non è una catastrofe. Significa anche distribuire le responsabilità per intero, dalla pianificazione all’esecuzione, anziché limitarsi a chiedere aiuto per singole incombenze.

C’è poi una domanda utile, anche se scomoda: quante delle cose che faccio sono davvero necessarie e quante rispondono all’idea che ho di come dovrei essere? Talvolta la fatica nasce non soltanto dagli impegni reali, ma dagli standard che ci imponiamo: essere sempre disponibili, non deludere nessuno, anticipare ogni problema e non mostrare mai difficoltà.

Imparare a lasciare spazio all’imprevisto è una forma di libertà. Si può essere affidabili senza essere sempre reperibili, premurose senza occuparsi di tutto e organizzate senza trasformare ogni giornata in una gara di produttività.

Perché il vero segno di una vita ben gestita non è riuscire a fare tutto. È riuscire a viverla senza sentirsi responsabili di tutto, ogni minuto.

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