Le comunità locali: il patrimonio sottovalutato della conservazione ambientale.

Pubblicato il da Luigi Salemi - Green

Le comunità locali: il patrimonio sottovalutato della conservazione ambientale.

Conferenza sulla Conservazione in Africa: Un Focus sulle Comunità Locali

Questa settimana, i conservazionisti si riuniranno a Nairobi per il 5° Business of Conservation Congress, promosso dall’African Leadership University. Un tema centrale sarà l’importanza di indirizzare le finanze verso le comunità locali, poiché non solo favoriscono l’equità, ma rappresentano anche una strategia pratica per ottenere risultati sostenibili e fruttuosi.

I programmi di conservazione guidati dalle comunità si rivelano più efficaci rispetto ai modelli tradizionali. Se le finanze destinate alla conservazione non subiscono un cambiamento significativo e le comunità, insieme alle organizzazioni che le supportano, non vengono coinvolte come partner, gli autori di un recente editorial sottolineano che “la traiettoria attuale non cambierà”. Questa riflessione mette in luce la necessità urgente di ripensare il modo in cui investiamo nella conservazione.

Investimenti Sostenibili: Qual è il Modello Giusto?

Nonostante l’afflusso di fondi significativi nel settore della conservazione, la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico continuano a progredire ad un ritmo allarmante. Mentre si discutono nuovi strumenti finanziari, è fondamentale riflettere su come è stato gestito il capitale investito negli ultimi 30 anni: abbiamo effettivamente risolto i problemi? Il modello attuale ci porterà verso un futuro migliore?

Il problema non risiede nella mancanza di impegno o di capitale; piuttosto, è una scorretta interpretazione di come funziona la conservazione nella pratica. Modelli di conservazione gestiti dalle comunità si dimostrano più efficienti e resilienti. Questi modelli decentralizzati attribuiscono una maggiore autorità a chi è direttamente dipendente dalla terra, creando così un sistema più sostenibile. Un esempio paradigmatico arriva dalle comunità pastorali nell’ecosistema di Tarangire in Tanzania, dove le aree di gestione della fauna selvatica consentono di difendere i diritti territoriali anche senza una completa devoluzione dei diritti di gestione.

Progetti di conservazione gestiti dalle comunità riescono a ridurre significativamente i costi operativi. I parchi nazionali africani spendono in media oltre 800 dollari per chilometro quadrato all’anno, mentre i modelli comunitari possono operare con budget ridotti, spendendo dai 280 ai 350 dollari. Il Makame WMA in Tanzania, sostenuto dalla Honeyguide Foundation, è un raro esempio di efficienza: con soli 23 dollari per chilometro quadrato all’anno, ha ridotto il bracconaggio del 94% negli ultimi tre anni.

Questi modelli locali non solo sono più economici, ma dimostrano anche una resilienza straordinaria. Durante la pandemia di COVID-19, molte aree gestite dalle comunità hanno continuato a raggiungere i loro obiettivi senza un aumento del bracconaggio o della distruzione dell’habitat, nonostante la quasi totale assenza di finanziamenti.

Ripensare la Finanza per la Conservazione

È fondamentale riconoscere che le comunità non sono solo beneficiarie, ma anche gestori chiave del capitale naturale. Oltre alla terra e alla fauna selvatica, gli asset includono anche i sistemi di governance e le persone che li gestiscono. Malgrado ciò, le strutture di finanzia non sempre considerano questa verità. Queste continuano a trattare le comunità come implementatori di progetti a breve termine anziché come custodi a lungo termine, fondamentali per creare valore. Pertanto, il capitale viene frequentemente dirottato verso intermediari e istituzioni esterne, mentre chi gestisce quotidianamente la conservazione resta spesso sottofinanziato.

Il modello attuale, in cui le ONG guidano l’agenda e si rendono principalmente responsabili nei confronti dei donatori, non è più sostenibile. Invece di investire in istituzioni locali capaci di gestire gli asset nel lungo periodo, il finanziamento tende a privilegiare cicli progettuali brevi per ottenere risultati rapidi, indebolendo il senso di appartenenza e coinvolgimento della comunità nella conservazione.

La cattiva gestione è spesso interpretata come un fattore di rischio, sfidando l’afflusso di investimenti. Ma questa visione ignora la realtà: un buon modello di governance riduce il rischio d’investimento, richiedendo però un approccio a lungo termine. Quando la governance comunitaria è forte, si ottiene decision-making credibile, trasparenza e risoluzione dei conflitti.

Per avere successo, le economie della fauna selvatica e le imprese basate sulla natura devono funzionare come un sistema integrato. È imprescindibile incorporare governance, legittimità e incentivi locali fin dall’inizio. Solo se il finanziamento si orienterà verso il coinvolgimento delle comunità come partner reali, potremo iniziare a vedere aumentare la sostenibilità e la legittimità degli sforzi di conservazione.

Quando le comunità sono messe nella condizione di gestire le risorse naturali, i benefici si estendono a tutti gli attori coinvolti: dai donatori agli investitori privati, fino alle comunità locali stesse.

Con questa riflessione sulla governance, non dobbiamo considerarla un costo, ma un investimento che rende ogni altro investimento realmente efficace.

Fonti:

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