Madhav Gadgil, sostenitore della conservazione democratica, è scomparso all’età di 83 anni.
Pubblicato il da Luigi Salemi - Green
Madhav Gadgil: Un Pioniere della Conservazione Ambientale
Madhav Gadgil ha sempre sostenuto che la conservazione dell’ambiente non sia solo un problema tecnico, ma una questione politica, che ruota attorno a chi decide come utilizzare il suolo e le risorse. Formatosi come scienziato, ma profondamente influenzato dal lavoro sul campo, ha criticato i modelli elitari e top-down di conservazione, preferendo approcci che integrassero le comunità locali nei sistemi ecologici, piuttosto che vederle come ostacoli da gestire. È diventato un volto noto dopo aver presieduto, nel 2011, il Western Ghats Ecology Expert Panel, un comitato che ha proposto severe misure di tutela e un processo decisionale democratico, dal basso. Le sue raccomandazioni furono in gran parte respinte dai governi.
Fino alla fine dei suoi giorni, Gadgil si è dimostrato un acuto critico dello sviluppo che trascura la legge, l’ecologia e il consenso, riaffermando costantemente che le decisioni ambientali dovrebbero essere guidate dalla democrazia e non dalla comodità momentanea.
Le Radici di un Ecologo
In India, il dibattito sulla natura è spesso visto come un ostacolo per il progresso. Gadgil, al contrario, sosteneva che si trattasse di una questione di potere: chi decidesse il destino di un bosco, di un fiume o di una collina e sulla base di quali evidenze. Questa posizione è emersa chiaramente quando ha iniziato la sua carriera come scienziato e si è poi concretizzata nel suo ruolo di cittadino attivo, non preoccupato della comodità degli ufficiali.
Nato a Pune il 2 dicembre 1942, Gadgil era circondato da due fondamentali vantaggi: l’accesso ai libri e un profondo contatto con la natura. Suo padre, Dhananjaya Ramchandra Gadgil, gli regalò dei binocoli e lo insegnò a riconoscere gli uccelli prima dell’era dei pesticidi. Un vicino, l’antropologa Irawati Karve, influenzò la sua visione del mondo, incoraggiandolo a crescere senza pregiudizi religiosi o di casta. A soli nove anni, accompagnò Karve in lavori di ricerca a Kodagu, dove osservò elefanti selvatici e un bosco sacro. Quest’esperienza lo portò a comprendere che i paesaggi hanno un significato che va oltre il loro prezzo di mercato.
Gadgil si distinse anche come un giovane robusto e competitivo, eccellente in attività fisiche come corsa, nuoto e sport con racchetta, caratteristiche che si adattavano perfettamente alla vocazione di naturalista di campo. A 14 anni, scoprì il lato oscuro dello sviluppo in India quando apprese della distruzione delle foreste e degli sfollamenti causati dalla diga Koyna. Questa consapevolezza lo portò a considerare le conseguenze delle scelte fatte in nome del progresso e ad essere scettico riguardo alle narrazioni ufficiali.
Successivamente, all’Istituto di Scienza di Mumbai, incontrò Sulochana, una compagna di studi che diventò sua moglie e partner intellettuale. Insieme, proseguirono gli studi a Harvard, dove Gadgil completò un dottorato in biologia matematica. Durante questo periodo, assorbì il principio che avrebbe guidato la sua vita: “Non prendere nulla per autorità, sottoponi ogni affermazione a scrutinio e mantieni ciò che è giusto senza preoccuparsi delle reazioni dei potenti”.
Dopo aver conseguito il PhD, tornò in India convinto che la scienza dovesse rimanere collegata al paese per cui era destinata. Lavorò a lungo presso l’Istituto Indiano di Scienza a Bengaluru, contribuendo alla creazione del Centro per le Scienze Ecologiche e formando studenti che in seguito avrebbero guidato i propri programmi. Inoltre, si distinse anche come scrittore pubblico, pubblicando articoli in inglese e Marathi, affiancando il suo lavoro accademico.
Le sue ricerche iniziarono a concentrarsi su dettagli minori che si rivelarono cruciali. Esplorando i boschetti sacri, sostenne che fungessero da riserve funzionali, provvedendo a proteggere fonti d’acqua, riparando piante medicinali e offrendo habitat in paesaggi disboscati. A Bandipur, dove trascorse anni osservando gli elefanti, imparò a riconoscere l’infrastruttura ecologica nelle forme comuni. Notò, ad esempio, il fico, risparmiato anche durante il disboscamento, che fruttifica quando altri alberi non lo fanno, nutrendo una grande varietà di creature.
Gadgil costruì una critica ampia, influenzata da ciò che definiva l’attenzione di uno “scienziato del popolo” alla vita reale. La sua sfiducia nei confronti di un tipo di conservazione elitario e centralizzato lo portò a promuovere un modello che trattasse le persone come parte degli ecosistemi, piuttosto che come problemi da allontanare. Si sentì deluso dai programmi che promettevano inclusione ma portavano a esclusione, e osservò che le riserve come il Nilgiris Biosphere Reserve, costituite nel 1986, erano una mera insieme di aree protette che allontanavano le persone dalla scienza.
La lotta che lo rese famoso iniziò nel 2011, quando presiedette il Western Ghats Ecology Expert Panel. Il rapporto presentò misure restrittive per la catena montuosa e una procedura di consultazione dal basso. Le linee guida erano chiare: limitare l’estrazione mineraria, ripensare le nuove strade e le ferrovie nelle zone più sensibili, e richiedere decisioni a livello di villaggio. Le autorità governative non accolsero bene le sue proposte e un altro comitato fu istituito. Il rapporto, purtroppo, divenne sinonimo di vincolo e il nome di Gadgil iniziò a risultare irritante per alcuni settori.
Ancora un volta, Gadgil non mostrò interesse a essere conciliante. Quando le sue proposte venivano liquidate come impraticabili, rispondeva con una domanda provocatoria: “Cosa c’è di pratico nel calpestare le leggi e sabotare la democrazia?” Per lui, il vero scandalo non era il disaccordo, ma la facilità con cui le regole venivano aggirate a favore dello “sviluppo” e l’aspettativa che i villaggi dovessero accettare in silenzio le conseguenze.
Gadgil non si lasciò smorzare negli anni finali della sua vita, continuando a sostenere che le informazioni stavano diventando sempre più accessibili, permettendo alle comunità di raccogliere i propri dati e sfidare le narrazioni ufficiali. Secondo lui, la volontà politica rispondeva ai soldi, ma poteva anche rispondere a una popolazione organizzata. Gadgil impiegò la sua vita nel tentativo di rendere questa seconda forza difficile da ignorare.
Madhav Gadgil è scomparso il 7 gennaio 2025 all’età di 83 anni, lasciando un’eredita indelebile nella conservazioni ecologica e nei diritti delle comunità locali, spingendo a riflettere sul valore della democrazia nella protezione dell’ambiente.
Per approfondire, si possono consultare le seguenti fonti ufficiali:
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