Negoziare il futuro della conservazione: le sfide rimaste da affrontare per il pianeta.

Pubblicato il da Luigi Salemi - Green

Negoziare il futuro della conservazione: le sfide rimaste da affrontare per il pianeta.

Un recente studio pubblicato su Nature sostiene che molti fallimenti persistenti nella conservazione non possano essere compresi senza un’analisi approfondita del modo in cui razza, potere e esclusione storica continuano a influenzare le pratiche e le istituzioni del settore. Gli autori affermano che le origini coloniali della conservazione influenzano ancora chi detiene l’autorità decisionale, il valore attribuito alle varie forme di conoscenza e chi deve affrontare i costi sociali della protezione ambientale.

Con il perseguimento di ambiziosi obiettivi globali per l’espansione delle aree protette, lo studio avverte che gli sforzi di conservazione rischiano di ripetere ingiustizie passate se i diritti delle popolazioni indigene e delle comunità locali non vengono riconosciuti e rispettati. Per affrontare queste sfide, gli autori propongono un approccio incentrato su diritti, agenzia, responsabilità ed educazione, evidenziando come una conservazione più equa sia anche più duratura.

Una nuova prospettiva sulla conservazione

La conservazione è spesso presentata come un’impresa tecnica, riguardante la quantità di terra da proteggere, le specie da priorizzare e le politiche che possono fornire risultati. Tuttavia, il recente studio in Nature mette in luce che questo approccio trascura un aspetto fondamentale. Alcuni dei fallimenti più persistenti nel campo della conservazione, secondo gli autori, non possono essere compresi senza affrontare come razza, potere ed esclusione storica plasmino le pratiche di conservazione oggi.

L’articolo, “A Framework for Addressing Racial and Related Inequities in Conservation”, non sostiene che la conservazione sia intrinsecamente difettosa o che l’ingiustizia sia universale in tutti i progetti. La sua argomentazione è più mirata e precisa. L’autore indica che la conservazione moderna è emersa da un contesto coloniale che considerava la terra come vuota e le persone come ostacoli. Questi presupposti non sono mai stati completamente smantellati e permangono in forme più sottili, influenzando chi viene considerato competente, chi sostiene il peso della protezione e chi decide quali sono i criteri di successo.

Gli autori, guidati da Moreangels Mbizah di Wildlife Conservation Action in Zimbabwe, rintracciano le radici istituzionali della conservazione fino alla fine del XIX secolo, quando le aree protette furono create in paesaggi colonizzati attraverso sfratti forzati e restrizioni all’uso della terra da parte delle comunità locali. Le popolazioni indigene e le comunità rurali sono spesso escluse in nome della preservazione della “natura incontaminata”. Anche se la conservazione si è evoluta nel tempo, il documento metterà in evidenza come questi modelli precoci continuino a influenzare la pratica attuale attraverso quello che viene definito “dipendenza dai percorsi”: norme ereditate che continuano a privilegiare l’esperienza esterna e un controllo centralizzato.

Un’altra conseguenza, secondo gli autori, è la continua marginalizzazione delle popolazioni indigene e delle comunità locali, specialmente nel Sud Globale. Questi gruppi sono frequentemente descritti come “portatori di interessi” o “beneficiari” piuttosto che come detentori di diritti con autorità sulle loro terre. Sebbene il linguaggio sembri neutrale, esso maschera spesso relazioni di potere diseguali. Anche i progetti benintenzionati possono riprodurre gerarchie antiche se le comunità vengono consultate solo dopo che le priorità sono state fissate o se la partecipazione è limitata all’implementazione piuttosto che alla decisione.

Il problema delle aree protette e la protezione dei diritti locali

Il documento esamina con particolare attenzione l’attuale spinta per espandere le aree protette affinché coprano il 30% del pianeta entro il 2030. Gli autori sostengono che, in linea di principio, questo obiettivo potrebbe supportare forme di conservazione più pluralistiche, comprese le terre gestite dagli indigeni e le riserve comunitarie. In pratica, tuttavia, i paesi privi di meccanismi legali per riconoscere i diritti consuetudinari sulla terra possono ricorrere a modelli guidati dallo stato, replicando così ingiustizie passate. Il successo della conservazione, misurato attraverso indicatori ecologici, può presentare costi sociali elevati quando i diritti umani vengono considerati come secondari.

Uno degli aspetti chiave che gli autori analizzano è il modo in cui le narrazioni di conservazione attribuiscono valore agli animali e alle persone. Le campagne rivolte a pubblico europeo e nordamericano spesso si concentrano sul valore morale degli animali, a volte in modi che svalutano implicitamente le vite delle persone che vivono accanto alla fauna selvatica. Quando un conflitto uomo-fauna provoca ferite o morti, la sofferenza locale può ricevere poca attenzione, mentre l’uccisione di un animale carismatico può suscitare indignazione globale. Queste asimmetrie non sono casuali; riflettono processi più profondi di “altruiizzazione” che determinano le vite che vengono riconosciute come degne di protezione.

Per affrontare queste problematiche, gli autori propongono una struttura chiamata RACE: diritti, agenzia, sfida ed educazione. Questa struttura non è presentata come un elenco di controllo o una soluzione universale, ma come una lente attraverso cui le organizzazioni di conservazione, i ricercatori e i finanziatori possono esaminare le proprie pratiche.

I diritti sono fondamentali in questa cornice. Secondo il documento, la conservazione non può essere sostenibile se mina i diritti umani fondamentali, inclusi quelli alla terra, cultura e autodeterminazione. L’agenzia deriva da questo: le comunità devono avere autorità reale sulle decisioni che influenzano i loro territori, non solo ruoli consultivi. La sfida si riferisce all’obbligo, in particolare tra istituzioni e individui potenti, di parlare quando le pratiche di conservazione causano danni o esclusioni. Infine, l’educazione implica confrontarsi con la storia della conservazione e riconoscere i sistemi di conoscenza che esistono al di fuori delle tradizioni scientifiche occidentali.

Non si tratta di rivedere i torti del passato per il loro stesso bene; comprendere la storia è necessario per evitare di ripeterla sotto nuove bandiere. Un punto centrale degli autori è che la conservazione tende a funzionare meglio quando le comunità locali sono riconosciute come custodi piuttosto che come ostacoli. È da questa prospettiva che il settore può evolversi in modi capaci di migliorare il futuro della conservazione e di tutti coloro che vi sono coinvolti.

Fonti: Nature Journal, Journal of Environmental Management, Wildlife Conservation Action.

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