Nuovi studi rivelano la sorprendente resilienza di Amazon, ma il punto di non ritorno si avvicina.
Pubblicato il da Luigi Salemi - Green
Nuove ricerche rivela la resilienza dell’Amazzonia
Tre studi del 2026 hanno dimostrato che l’Amazzonia può rigenerarsi rapidamente, ma la deforestazione e il riscaldamento globale potrebbero innescare un punto di non ritorno in un arco di tempo di soli 15 anni. Le ricerche hanno anche evidenziato che ripetuti incendi boschivi stanno sostituendo gli alberi specialisti resistenti al fuoco con specie generaliste, riducendo la biodiversità di metà nelle aree erbose, nonostante la chioma del bosco si stia richiudendo.
Uno studio ha evidenziato come condizioni estreme abbiano aumentato la mortalità degli alberi a causa di fallimenti idraulici, un fattore cruciale per comprendere il restringimento dei serbatoi di carbonio della foresta. Gli esperti affermano che fermare la deforestazione è necessario e fattibile, ma deve essere accompagnato da azioni globali per affrontare il cambiamento climatico.
La salute della foresta amazzonica sotto esame
Da decenni, gli scienziati cercano di rispondere a una domanda fondamentale: come apparirà la foresta pluviale amazzonica se la deforestazione, il cambiamento climatico e gli incendi continueranno? E, soprattutto, quando avverrà questa trasformazione? Negli ultimi anni, diversi ricercatori hanno fatto progressi nelle risposte, ma una serie di studi del 2026 ha portato nuove informazioni sulla questione.
Nel mese di aprile, uno studio pubblicato su Nature ha mostrato che l’Amazzonia si guarisce più rapidamente del previsto, ma richiede più tempo per recuperare completamente la propria biodiversità dopo eventi estremi. Un altro studio pubblicato su PNAS, basato su vent’anni di ricerche, ha scoperto che la foresta è più resiliente agli incendi di quanto ci si aspettasse e non mostra segni di transizione verso la savana, un esito diverso da quanto sospettato per lungo tempo. I ricercatori, però, avvertono che i nuovi ecosistemi che emergono dal processo di recupero forestale sono più vulnerabili a future perturbazioni climatiche.
In maggio, un ulteriore documento pubblicato su Nature ha esaminato gli impatti della deforestazione, notando l’aumento della frequenza e dell’intensità della siccità, e ha concluso che questo aumento potrebbe spingere l’ecosistema verso un punto di non ritorno entro il 2040.
Luciana Gatti, ricercatrice senior presso l’agenzia spaziale brasiliana (INPE), sostiene che il clima in Amazzonia è già cambiato a tal punto che gli alberi tipici della foresta pluviale non trovano più le condizioni necessarie per la loro sopravvivenza: acqua abbondante e temperature miti. Gatti sottolinea: “Circa la metà della pioggia in Amazonia proviene dagli alberi. Meno alberi significano meno pioggia e più calore.”
L’Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonia (IPAM) ha registrato un calo del 74% delle precipitazioni negli ultimi 35 anni. Alcune aree, come riportato dal consorzio di ricerca MapBiomas, hanno precipitazioni annuali inferiori a 1.000 millimetri, il limite considerato necessario per mantenere l’ecosistema della foresta pluviale. Nel frattempo, alcune delle zone meglio conservate del bioma hanno registrato temperature fino a 5°C superiori alla norma.
Bernardo Flores, ricercatore sugli ecosistemi forestali presso l’Università Federale di Santa Catarina, afferma che questo è cruciale per capire il punto di non ritorno dell’Amazzonia, che esiste grazie all’interazione tra clima, copertura arborea e umidità. Combinando questi elementi, il suo studio ha aumentato la certezza sull’esistenza di un punto critico del sistema, che potrebbe essere persino più vicino rispetto al limite di deforestazione stimato tra il 22% e il 28%.
Gli studi di aprile hanno presentato uno scenario ottimista riguardo le capacità di recupero dell’Amazzonia. Nuove evidenze dimostrano che, se gli viene data la possibilità, la foresta si rigenera più rapidamente e diversamente di quanto immaginato dopo eventi estremi. La resilienza trovata è sorprendente, sebbene non rifletta necessariamente la salute generale del bioma. Anche se le aree più aride e stressate dell’Amazzonia si sono riprese, ciò è avvenuto solo perché la foresta ha smesso di bruciare.
La nuova rigenerazione, con una crescita numerica e di specie, non garantisce che l’ecosistema recuperi le condizioni necessarie per mantenere la biodiversità, poiché le specie generaliste a crescita rapida tendono a sostituire gli alberi specialisti resistenti al fuoco.
La deforestazione continua a ridurre la biodiversità e spinge il punto di non ritorno sempre più vicino. Secondo i dati raccolti da Flores, l’idea del punto critico è un concetto ben noto fin dagli anni ’80. Questo punto è descritto come la soglia oltre la quale un bioma può rimanere intrappolato in uno stato degradato o iniziare a collassare, e in passato era considerato raggiungibile quando il 40% della copertura forestale nativa sarebbe stata deforestata.
Osservando l’interazione tra deforestazione e cambiamento climatico, è evidente che il punto di non ritorno potrebbe capitare molto prima. Con un pianeta che ha aumentato la sua temperatura di 1.5°C, il rischio si presenta già al 22% di deforestazione, una soglia che potrebbe essere superata già entro il 2040.
Le azioni politiche saranno cruciali per affrontare questa emergenza. Nel passato, il Brasile ha dimostrato che una politica di deforestazione zero è raggiungibile, come ha evidenziato il Piano di Prevenzione e Controllo della Deforestazione (PPCDam), che ha ridotto il tasso di deforestazione dell’80% dal 2004 al 2012.
Per affrontare il problema, il presidente Lula ha fissato l’obiettivo di fermare la deforestazione entro il 2030, ma gli esperti avvertono che ciò non basta. Era necessaria un’azione globale e un sostegno alle comunità indigene, che sono tra i migliori custodi delle foreste. Il Rapporto del World Resources Institute ha confermato che nel mondo le foreste continuano a fungere da serbatoi di carbonio, assorbendo più carbonio di quanto ne emettano.
Fonti ufficiali:
- Gatti, L.A., & Flores, B. (2026). Nature Communications.
- IPAM (Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonia).
- World Resources Institute.
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