Overtourism, quando viaggiare troppo rischia di cambiare i luoghi che amiamo

Pubblicato il da Serena Siino - aggiornato il - Lifestyle

Overtourism, quando viaggiare troppo rischia di cambiare i luoghi che amiamo

Ci sono destinazioni che abbiamo imparato a conoscere attraverso fotografie, social network e racconti di viaggio e che, proprio perché diventate famose, rischiano di perdere parte di ciò che le rende speciali. È il paradosso dell’overtourism, il fenomeno del sovraffollamento turistico che si verifica quando il numero e la concentrazione dei visitatori superano la capacità di un territorio di accoglierli senza conseguenze negative per l’ambiente, i residenti e la stessa esperienza di viaggio.

Non significa semplicemente avere tanti turisti. Il problema nasce quando un luogo non riesce più a gestire i flussi e la presenza dei visitatori comincia a modificare la vita quotidiana di chi ci abita. Il risultato può essere una destinazione più rumorosa, congestionata e costosa, ma anche meno autentica per chi la visita.

Quando una destinazione diventa troppo affollata

L’overtourism si manifesta soprattutto nelle città d’arte, nelle località balneari, nelle isole, nei piccoli borghi e nelle aree naturali più conosciute. Spesso il problema non riguarda l’intero territorio, ma alcuni luoghi particolarmente fotografati o determinati periodi dell’anno.

È la concentrazione, quindi, a fare la differenza. Migliaia di persone che arrivano contemporaneamente in una piazza, lungo un sentiero o in una piccola località possono mettere sotto pressione trasporti, acqua, raccolta dei rifiuti, servizi igienici e infrastrutture. Nei centri storici, inoltre, l’aumento delle strutture destinate ai visitatori può modificare progressivamente il volto dei quartieri.

Uno degli effetti più evidenti riguarda le abitazioni. La diffusione degli affitti brevi può ridurre l’offerta di case disponibili per chi vive stabilmente in una determinata zona, contribuendo alla crescita dei prezzi. Attività commerciali tradizionali possono lasciare spazio a negozi e servizi rivolti prevalentemente ai turisti, mentre i residenti si spostano verso aree periferiche.

Anche l’ambiente paga un prezzo. Il passaggio continuo di visitatori può provocare erosione dei sentieri, danneggiare la vegetazione e disturbare la fauna. A questo si aggiungono rifiuti, consumi d’acqua, traffico e maggiore produzione di emissioni legate agli spostamenti.

Il turismo che rischia di consumare la destinazione

C’è poi un aspetto meno visibile, ma forse ancora più importante: l’overtourism può cambiare il rapporto tra una comunità e il luogo in cui vive. Quando strade, piazze e monumenti diventano costantemente affollati, i residenti possono iniziare a percepire il turismo non più come una risorsa, ma come un’invasione.

Allo stesso tempo, anche il viaggiatore rischia di vivere un’esperienza deludente. Code, prezzi elevati, traffico e luoghi impossibili da godere con calma possono trasformare una vacanza tanto desiderata in una sequenza di attese e fotografie scattate nella folla.

Per questo contrastare l’overtourism non significa necessariamente smettere di viaggiare. Significa soprattutto cambiare il modo di farlo. Scegliere periodi meno affollati, fermarsi più a lungo invece di concentrare molte tappe in pochi giorni, esplorare località meno conosciute e preferire attività gestite da operatori locali sono comportamenti che possono contribuire a distribuire meglio i benefici del turismo.

Anche le amministrazioni possono intervenire con prenotazioni obbligatorie, numero chiuso in alcune aree, gestione degli accessi, regolamentazione degli affitti brevi e contributi destinati alla tutela dell’ambiente e dei servizi.

Il futuro del viaggio potrebbe quindi non essere quello delle destinazioni da conquistare, una dopo l’altra, ma dei luoghi da conoscere con maggiore lentezza. Perché una vacanza davvero riuscita non dovrebbe lasciare dietro di sé soltanto una fotografia da pubblicare, ma anche un territorio capace di conservare la propria identità.

Viaggiare in modo responsabile, in fondo, significa anche questo: lasciare un luogo abbastanza intatto da poter essere amato ancora da chi verrà dopo di noi.

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