Reti fantasma nel Mediterraneo, trappole invisibili per pesci e tartarughe: anche la Sicilia in prima linea
Pubblicato il da Luigi Salemi - aggiornato il - Green
Continuano a pescare anche quando nessuno le controlla più. Sono le cosiddette “reti fantasma”, attrezzature da pesca abbandonate, perse o gettate in mare che restano intrappolate sui fondali e continuano a catturare pesci, crostacei e altri organismi marini. Una minaccia silenziosa per la biodiversità del Mediterraneo, che interessa da vicino anche le coste siciliane.
Realizzate spesso con materiali plastici resistenti, queste reti possono rimanere nell’ambiente marino per lunghi periodi. Correnti e mareggiate le trascinano, le incastrano tra gli scogli o le depositano sui fondali. Anche quando non sono più utilizzate dai pescatori, continuano a rappresentare una trappola per la fauna: gli animali possono rimanere impigliati, ferirsi o morire. Con il tempo, inoltre, le attrezzature si deteriorano e possono frammentarsi, contribuendo alla diffusione di microplastiche.
Il fenomeno è conosciuto a livello internazionale come ghost fishing, pesca fantasma. La FAO considera gli attrezzi da pesca abbandonati, perduti o dismessi una fonte di inquinamento con conseguenze ambientali ed economiche, oltre che un possibile pericolo per la navigazione.
Il problema riguarda anche il Golfo di Patti
In Sicilia il contrasto alle reti fantasma non è soltanto un tema di sensibilizzazione. Il progetto Ghost Gear del WWF ha individuato tra le aree di intervento anche il Golfo di Patti, insieme all’Area marina protetta di Bergeggi, in Liguria, e a quella di Porto Cesareo, in Puglia. L’iniziativa punta a prevenire la dispersione degli attrezzi da pesca, individuare quelli già presenti in mare e favorirne il recupero e il riciclo.
Un altro percorso è quello avviato con il progetto Untangling the Sea – Destinazione Rifiuti Zero Sicilia, promosso dal Sicily Environment Fund in collaborazione con Abyss Clean Up e CNR-IGAG. Il lavoro coinvolge pescatori, subacquei, ricercatori, istituzioni e realtà locali per costruire una strategia regionale di gestione delle reti dismesse e degli altri attrezzi da pesca dispersi.
La prima fase ha previsto attività di esplorazione e mappatura, necessarie per capire dove si concentrano le attrezzature perdute e pianificare interventi mirati. L’obiettivo è creare un sistema che non si limiti a recuperare i rifiuti dal fondale, ma che permetta anche di gestirli correttamente una volta riportati a terra.
- Recuperare non basta: servono prevenzione e riciclo
Le operazioni di rimozione richiedono competenze, attrezzature adeguate e attenzione: una rete incastrata tra rocce o habitat delicati non può essere tirata via senza valutare i possibili danni agli ecosistemi. Per questo la collaborazione tra pescatori, subacquei ed esperti è fondamentale.
Altrettanto importante è la prevenzione. La segnalazione tempestiva degli attrezzi perduti, una migliore identificazione delle reti e sistemi efficaci per il loro conferimento a fine vita possono ridurre la quantità di materiale disperso in mare. Una volta recuperate, le reti devono essere avviate a una gestione appropriata, valutando quando possibile il riutilizzo e il riciclo dei materiali.
La tutela del Mediterraneo passa anche da ciò che non si vede dalla spiaggia. Sotto la superficie, reti e corde possono continuare a danneggiare gli ecosistemi per anni. Le iniziative avviate in Sicilia dimostrano che affrontare il problema è possibile, ma servono continuità, risorse e una rete stabile di collaborazione tra chi vive e lavora sul mare.