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Pubblicato il da Germana Bevilacqua - Scuola e Università

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Autore: Luciano Verdone

Ammettiamolo. Il quadro internazionale in questo momento storico è cupo. E ciò che è peggio sembra che nessuno riesca a modificarlo. Siamo inchiodati alla prospettiva di una guerra inevitabile. Per cui, oggi si guarda alla realtà geopolitica con la stessa diffidenza con cui si scruta un individuo che in passato ha dato prova di follia e che, pur sembrando guarito, è tornato a dare segni di squilibrio.

Poniamo però una distinzione. È vero. Ciò che accade oggi nel mondo con consente illusioni. Le rivalità geopolitiche, il riarmo e la crisi della fiducia tra le nazioni, alimentano legittimamente il timore di una catastrofe. Eppure, una può essere ‘possibile’ senza essere ‘inevitabile’. Quando consideriamo inevitabile una catastrofe, rischiamo di comportarci come se ogni tentativo di evitarla fosse inutile. La guerra, in questo modo, diventa una profezia che si autoavvera.

Intendiamoci. Ci sono due atteggiamenti che vanno evitati. Il primo è l’‘ottimismo ingenuo’ del tipo: “Sono certo che alla fine prevarranno l’istinto di conservazione e ed il compromesso”. Questa è una posizione pericolosa in quanto sottovaluta gli interessi contrapposti e la possibilità che gli errori del passato si ripetano. Il secondo atteggiamento è il ‘pessimismo fatalista’ del tipo: “Le cose andranno comunque male perché le decisioni sono nelle mani dei potenti e noi non possiamo farci nulla”. Questa posizione è negativa in quanto rischia di trasformare un limite reale nella rinuncia ad ogni responsabilità. Uno solo allora è l’atteggiamento giusto, quello della ‘speranza realistica’ che consiste nella consapevolezza che non c’è nulla che non sia modificabile. Per questo, dobbiamo distinguere ciò che è impossibile da ciò che è soltanto difficile, incerto o ancora inesplorato. Si tratta di elaborare un modo di pensare capace di resistere alle difficoltà senza negarle, di perseguire il bene, magari anche solo nel nostro piccolo, senza pretendere di controllare interamente il corso della storia.

E ricordiamo che la speranza diventa socialmente efficace solo quando smette di essere uno stato d’animo e si traduce in comportamenti organizzati. Torna alla mente Antonio Gramsci, con la sua formula dell’“ottimismo della volontà» che deve essere unito al “pessimismo dell’intelligenza”. Perché anche il pessimismo contribuisce a comprendere la difficoltà delle situazioni allo scopo di agire. Certamente, un cittadino non può ordinare alle potenze di interrompere un conflitto. Non dispone degli strumenti diplomatici, militari ed economici di uno Stato. Ma può contribuire a creare condizioni culturali e politiche nelle quali la ricerca di una soluzione negoziata venga sostenuta, discussa e valutata pubblicamente.

Per quanto riguarda, poi, le proteste violente in piazza, c’è una domanda che molti si pongono. Cosa prevale in queste proteste? Il desiderio di rimodellare un quadro sociale inaccettabile oppure un cieco impulso distruttivo, la proiezione all’esterno del disagio, del pessimismo, del vuoto esistenziale? È bene dunque distinguere fra la ‘protesta propositiva’ che individua un’ingiustizia e cerca soluzioni, e la ‘protesta distruttiva’ che tende a delegittimare tutto ciò che esiste, senza riuscire ad indicare un’alternativa praticabile. La prima può aprire uno spazio alla giustizia; la seconda rischia di lasciare soltanto macerie. È la differenza tra la critica che cerca un’alternativa e il nichilismo che considera ogni alternativa impossibile o irrilevante.

A proposito, c’è un atteggiamento culturale che sostiene che il male è reale, ma non è il fondamento ultimo della realtà. Tale concezione, inoltre, ritiene che il bene non è mai privo di valore. Neppure quando non riesce a prevalere nell’immediato. Da questa prospettiva deriva una responsabilità concreta. È vero. Non possiamo salvare il mondo da soli, ma possiamo educare, dialogare, promuovere la riconciliazione, nei nostri ambienti di vita, e difendere la dignità della persona.

In conclusione, la crisi più grave non è soltanto quella di un mondo esposto alla guerra, ma anche quella di un’umanità che comincia a considerare la guerra inevitabile, la convivenza impossibile e la costruzione del futuro inutile. Il rischio è che la violenza esterna e il vuoto interiore si alimentino reciprocamente. La violenza accresce la paura, il vuoto interiore rende più difficile immaginare alternative. Spezzare questo circolo richiede decisioni politiche e diplomatiche, ma anche un lavoro culturale ed educativo sul modo in cui concepiamo noi stessi, gli altri e il futuro.

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