Scuola: la presunta deriva progressista è un mito. La realtà è molto diversa.
Pubblicato il da Redazione - Scuola e Università
La “deriva progressista” nella scuola italiana: realtà o narrazione politica?
Negli ultimi tempi, l’espressione “deriva progressista” è diventata un cavallo di battaglia per le forze politiche che guidano il settore scolastico. Si afferma che la scuola, negli ultimi anni, sia stata influenzata da una deriva ideologica progressista.
Tuttavia, analizzando la storia della scuola italiana, emerge una difficoltà nel definire con precisione quali siano i fatti concreti e le riforme specifiche a cui tale affermazione si riferisce.
## Un viaggio nella storia delle riforme scolastiche
Per comprendere meglio l’evoluzione della scuola italiana, è utile ripercorrere le principali riforme degli ultimi decenni, analizzando se e come queste possano essere associate a una presunta “deriva progressista”.
### La riforma Moratti e le sue radici
Facendo un salto indietro di circa un quarto di secolo, incontriamo il ministro Berlinguer, artefice di due riforme significative: la riforma dei cicli scolastici e la legge sulla parità scolastica. Quest’ultima ha trovato consenso anche nei governi di centro-destra, che ne hanno incrementato i finanziamenti alle scuole paritarie. La riforma dei cicli, invece, fu abrogata tramite un emendamento inserito nella legge 53 del 2003, con cui il governo Berlusconi diede il via alla cosiddetta “riforma Moratti”.
Questa riforma si ispirava al motto delle “tre I”: Inglese, Internet e Impresa, principi guida per le prime Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati del 2004. [Fonte: MIUR – Archivio normative scolastiche].
### La parentesi Fioroni, i tagli di Tremonti e la Gelmini
Tra il 2006 e il 2008, il ministro Fioroni operò interventi mirati per correggere le “storture” della riforma Moratti, eliminando il portfolio degli alunni nel primo ciclo e modificando le Indicazioni.
Nel 2008, con il ritorno del governo Berlusconi, fu approvato il “Piano triennale” per la scuola, firmato da Tremonti, che prevedeva tagli per 8 miliardi di euro e una revisione degli ordinamenti scolastici. La ministra Gelmini si occupò di concretizzare le misure necessarie, ripristinando il voto numerico nella scuola primaria, una decisione accolta con favore dal centro-destra, Lega inclusa.
### La riforma Renzi: merito o deriva?
Fino a questo punto, è difficile individuare provvedimenti ascrivibili a una “deriva progressista”. Successivamente, il ministro Francesco Profumo (Governo Monti) non realizzò riforme particolarmente incisive in un senso o nell’altro.
La “svolta” si ebbe nel 2014 con il Governo Renzi, la ministra Giannini e la riforma della “Buona Scuola”, contestata sia a destra che a sinistra e che, nel maggio del 2015, generò uno degli scioperi più partecipati della storia.
Paradossalmente, la “Buona Scuola” risulta difficile da inserire nella narrazione della “deriva progressista”, poiché uno dei suoi principi ispiratori era proprio la valorizzazione del “merito”, un concetto che scatenò forti opposizioni. [Fonte: Legge 107/2015 – La Buona Scuola].
### Dal governo Conte all’era Covid
Il periodo successivo a Renzi vide il leghista Bussetti come ministro dell’Istruzione nel primo Governo Conte. Nelle ultime settimane del suo mandato, Bussetti firmò la legge sull’Educazione civica, fortemente voluta da Matteo Salvini, che sperava di fermare i “guasti del ’68” e trasformare gli studenti in cittadini modello.
Successivamente, i ministri Azzolina e Bianchi dovettero affrontare l’emergenza Covid, limitando la loro azione in termini di riforme strutturali, sia in senso progressista che contrario.
### Il governo attuale e il ritorno al “rispetto”
Con l’attuale governo, si è annunciato un ritorno alla cultura del rispetto e del buon comportamento degli studenti. Un nuovo regolamento è stato approvato dal Consiglio dei Ministri, ma la sua applicazione concreta a settembre è incerta, poiché le scuole non dispongono ancora degli elenchi degli enti e delle associazioni che potrebbero accogliere gli studenti sospesi dalle lezioni per più di due giorni.
Una conoscenza più approfondita della storia della scuola italiana dovrebbe portare a valutazioni più ponderate sulle cause dei cambiamenti sociali e dei comportamenti individuali.
## Esempi dal passato: riforme e realtà
Per illustrare meglio quanto detto, analizziamo due esempi significativi del passato.
### La scuola media unica: un’epocale riforma non subito compresa
Nel 1962 fu approvata la riforma della scuola media unica, considerata oggi una riforma epocale che diede il via alla “scolarizzazione di massa”. All’epoca, però, incassò il voto contrario sia dell’estrema destra che della sinistra comunista, seppur per ragioni opposte.
Tuttavia, per vedere gli effetti concreti della legge, furono necessari molti anni. Nel 1969, un’inchiesta di Barbagli e Dei (“Le vestali della classe media”) rivelò che erano proprio gli insegnanti, o almeno una parte di loro, a opporsi alla scuola “unica”, temendo un “livellamento” delle capacità individuali e un “declassamento” della cultura. Non bastò quindi una legge per “democratizzare” la scuola e attuare i principi costituzionali. [Fonte: Barbagli, Dei, “Le vestali della classe media”].
### L’integrazione degli studenti con disabilità: un percorso ancora incompiuto
Nel 1977 fu approvata la legge 517, che prevedeva l’inserimento degli studenti con disabilità nelle classi comuni.
Nonostante ciò, a distanza di oltre quarant’anni, la scuola italiana non è ancora pienamente inclusiva, tanto che spesso è necessario l’intervento dei tribunali per garantire i diritti di tutti. Il tentativo di risolvere il problema cambiando la denominazione degli insegnanti specializzati da “insegnanti di sostegno” a “insegnanti per l’inclusione” evidenzia ulteriormente le difficoltà in questo ambito.
La scuola italiana è un’organizzazione complessa, il cui funzionamento dipende da leggi di varia origine, alcune risalenti al Ventennio, e da pratiche didattiche e pedagogiche di diverso orientamento. Pensare di eliminare “derive” negative o di imporre “pratiche” innovative attraverso decreti e circolari è un’illusione che si scontra con la storia stessa del sistema scolastico.
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