Scuola senza voti: intervista a Matteo Morandi sull’educazione del futuro.

Pubblicato il da Germana Bevilacqua - Scuola e Università

Scuola senza voti: intervista a Matteo Morandi sull’educazione del futuro.

Matteo Morandi è un esperto nel campo della storia della pedagogia ed educazione, attualmente docente presso l’Università di Pavia. È anche autore di un libro notevole intitolato “Storia critica del voto scolastico”, un’opera che suscita un dialogo importante sulle pratiche di valutazione nel contesto educativo.

La Storia del Voto Scolastico

La pratica del voto scolastico ha radici antiche, risalenti a secoli fa. Questo solleva interrogativi significativi sull’efficacia di questa modalità di valutazione. È davvero una “buona” pratica, o merita una revisione?

Da un punto di vista didattico, il voto è uno strumento che può risultare molto efficace. Serve a stimolare l’apprendimento, a classificare le performance e a fornire feedback sul processo educativo. Tuttavia, ciò che conta è il modo in cui viene impiegato. Come osserva Mario Lodi, nel suo racconto relativo al 1952, l’utilizzo del voto ha spesso una connotazione competitiva. Questo porta a una riflessione critica: che tipo di scuola desideriamo costruire quando valutiamo gli studenti?

Recentemente ho assistito a una conversazione tra insegnanti, dove uno elogiava il registro elettronico per la sua capacità di calcolare automaticamente la media dei voti. Una frase che solleva domande importanti: quanto è utile una media che aggrega risultati così diversi come quelli di un esame orale rispetto a un compito scritto? Ciò porta a considerare l’efficacia reale delle valutazioni numeriche.

Il Ruolo del Voto nella Formazione

Può sembrare scontato, ma i voti attirano molto l’attenzione non solo dei docenti, ma anche di genitori e studenti. Cosa li rende così apprezzati? Una significativa lettera di una professoressa bergamasca, riportata nel mio libro, giustifica la sua riluttanza a provare una scuola “senza voto” con il fatto che gli studenti desiderano riconoscimenti tangibili, come una “palma della vittoria” per i loro sforzi. Senza questo tipo di gratificazione, si sentono demotivati.

Questa situazione solleva interrogativi fondamentali: il voto ha la funzione di premiare l’impegno o, invece, di incoraggiare la mancanza di motivazione? Un’analisi del pedagogista Thomas Gordon nei suoi scritti del 1974 mette in evidenza quanto sia deleteria la pratica della valutazione, mettendo in luce che giudicare, premiare o punire crea dinamiche di superiorità e conformismo.

Nel libro, parlo dell’ingresso “silenzioso” del voto numerico nelle scuole. Questo cambiamento non è avvenuto in un singolo momento storico, ma piuttosto in un processo evolutivo. Per molto tempo, negli antichi collegi gesuitici si utilizzavano giudizi come “ottimo” e “buono”, con un accenno ai punti. Solo nei secoli successivi, con l’emergere di un sistema più strutturato di valutazione numerica, i voti hanno assunto un ruolo predominante.

Ho notato come il ’68 abbia influenzato questo dibattito sulla valutazione. Durante quel periodo, si gridava per l’abolizione del voto, considerato simbolo della scuola autoritaria. Le voci di pedagogisti eminenti si mescolavano a quelle di movimenti più radicali, portando a una messa in discussione di un sistema considerato incrollabile.

In molte scuole primarie, il voto in itinere è già in disuso. Questa tendenza sembra diffondersi anche nelle scuole secondarie. Ma quando si adotta una modalità di valutazione alternativa, quali sono le conseguenze? Genitori e studenti spesso lamentano una mancanza di controllo e di responsabilità da parte della scuola.

Documenti di ricerca, come il volume “L’erba voglio”, evidenziano il dibattito sull’abolizione dei voti. Alcune madri hanno addirittura deciso di ritirare i propri figli da scuole che non utilizzavano più pratiche tradizionali. La resistenza a cambiare metodi di valutazione è palpabile, e il voto è diventato una vera e propria categoria mentale nella formazione degli studenti.

Perciò, è fondamentale riflettere su come la valutazione scolastica abbia storie e funzioni diverse nel tempo. È nostro compito tracciare una nuova strada, riconoscendo che le forme di valutazione devono evolvere. Le ricercatrici e i ricercatori devono impegnarsi per sviluppare un sistema educativo che soddisfi le esigenze e le aspettative sia degli studenti che dei docenti.

La discussione sul voto scolastico è ancora attuale. Le pratiche di valutazione devono adattarsi a un contesto educativo in continua evoluzione. Per approfondire ulteriormente il tema, è possibile consultare studi di pedagogia contemporanea e ricerche accademiche nel campo della valutazione.

Fonti ufficiali:

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