Smartphone a scuola: una scelta sbagliata che favorisce le multinazionali nella formazione dei giovani.
Pubblicato il da Redazione - Scuola e Università
Il dibattito sugli smartphone nelle scuole: una questione complessa
Nei prossimi giorni, le scuole italiane saranno chiamate a prendere una posizione riguardo all’uso degli smartphone da parte degli studenti. Questo tema è stato al centro di un acceso dibattito durante l’estate, e ora sarà fondamentale decidere come affrontarlo anche dal punto di vista normativo. Per approfondire la questione, abbiamo intervistato Stefano Stefanel, membro della direzione nazionale Andis (Associazione nazionale dirigenti scolastici) e già dirigente presso l’Istituto “Marinelli” di Udine per oltre un decennio.
Partiamo dalla nota firmata dal Ministro Valditara lo scorso giugno, che richiede il divieto di utilizzo dello smartphone per gli studenti del secondo ciclo di istruzione durante l’orario scolastico, anche per scopi didattici. Questa direttiva prevede, inoltre, specifiche sanzioni disciplinari per chi trasgredisca al divieto. Ma è realmente legittima?
Non esiste una legge specifica che vieti l’uso degli smartphone di proprietà, il che solleva interrogativi sull’efficacia di tale divieto, che è stato emanato attraverso una semplice nota. Quest’ultima può spiegare una norma, ma non introdurla. Il Ministro è consapevole che il valore legale di questa comunicazione è limitato, ma ha comunque raggiunto il suo scopo: informare.
L’affermazione del Ministro secondo cui fino a questo momento le scuole hanno lasciato libertà d’uso agli smartphone è totalmente errata. Le scuole, in realtà, hanno sempre mantenuto un certo controllo sull’utilizzo di questi dispositivi durante le lezioni.
Il nuovo divieto e la libertà di insegnamento
Una novità significativa riguarda il divieto di utilizzo del cellulare anche per motivi didattici. Questa scelta solleva questioni fondamentali legate alla libertà di insegnamento, un diritto costituzionale. Il Ministro sembra adottare una posizione da “Stato etico”, in cui è lui a decidere cosa è giusto o sbagliato per gli studenti e gli insegnanti.
Questa decisione appare più come un’operazione politica che pedagogica. Mira a delineare i confini tra le ideologie all’interno del sistema educativo e cerca di rispondere a un’aspettativa del suo elettorato. Molte famiglie, frustrate dalla gestione degli smartphone in ambito domestico, potrebbero vedere di buon occhio la lotta della scuola contro questi dispositivi.
Un’analisi approfondita sull’utilizzo delle app da parte di famiglie, insegnanti e studenti potrebbe rivelare interessanti statistiche sull’uso di strumenti digitali nella vita quotidiana. È essenziale comprendere che lo smartphone non dovrebbe essere bandito dalla scuola, ma piuttosto utilizzato in modo consapevole. Gli studenti necessitano di supporto e orientamento nell’uso di strumenti digitali, piuttosto che di sanzioni punitive.
Inoltre, mentre l’uso degli smartphone è limitato, i tablet potranno essere impiegati tranquillamente durante le lezioni. Qui si evidenzia un aspetto classista: l’accesso alla tecnologia non è uniforme, e chi non possiede un tablet potrebbe rimanere escluso da opportunità di apprendimento.
L’abbandono dell’insegnamento della competenza digitale rischia di lasciare gli studenti, in particolare quelli provenienti da contesti socio-economici più deboli, in una posizione di svantaggio. Saranno le grandi aziende e le multinazionali a formare gli studenti nel loro utilizzo, relegando la scuola a un ruolo marginale in questo processo educativo.
Il problema si complica ulteriormente quando consideriamo il motivo per cui non ci sono proteste significative da parte di docenti e sindacati. È possibile che ci sia una certa inertia nel corpo docente, che spesso non è propenso ad aggiornarsi riguardo agli strumenti digitali e all’Intelligenza Artificiale. La formazione continua risulta fondamentale in questo contesto, ma il passaggio al digitale è spesso vissuto come una minaccia da chi vive nell’ottica di un’educazione tradizionale.
Se Stefano Stefanel fosse ancora preside, adotterebbe un approccio pragmatico. Un annuncio sul sito della scuola chiarirebbe la posizione della stessa riguardo all’uso degli smartphone, mantenendo regole già in vigore, senza cercare di scontrarsi con le direttive ministeriali. Questo porterebbe principalmente a un’inasprimento delle sanzioni senza grandi cambiamenti effettivi.
In questa situazione, la dimensione demagogica dell’approccio ministeriale si evidenzia chiaramente. La nuova regolamentazione non affronta il problema alla radice e rischia di trasformarsi in una serie di misure punitive. Le istituzioni educative potrebbero trovarsi in un circolo vizioso, dove l’assenza di dialogo e la mancanza di comprensione della realtà studentesca potrebbero portare a conflitti maggiori.
Non è possibile escludere l’aumento del contenzioso, con potenziali ripercussioni legali che potrebbero scaricare ulteriori oneri sulle scuole e sulle famiglie. Resta da vedere come evolverà questa situazione e quale impatto avrà sull’educazione dei giovani italiani.
Fonti ufficiali: Ministero dell’Istruzione e del Merito, ANDIS.
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