16 febbraio 1957: Il Cavaliere e la Morte, il debutto de “Il settimo sigillo”
Sessantanove anni fa, le sale cinematografiche accoglievano l’opera che avrebbe consacrato Ingmar Bergman come il filosofo del grande schermo, trasformando un’inquietante partita a scacchi in un’icona eterna della cultura mondiale.
Nel 1957, il cinema internazionale veniva scosso profondamente dall’uscita de Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet). Ambientato in una Svezia medievale devastata dalla peste nera, il film non era solo una ricostruzione storica, ma un’indagine spietata e poetica sul silenzio di Dio e sul senso della fine. Con questa pellicola, Bergman portò sul grande schermo le sue inquietudini metafisiche, regalando al pubblico immagini destinate a rimanere impresse nella memoria collettiva.
La partita a scacchi: un’immagine per l’eternità
Il cuore pulsante del film è lo scontro tra il cavaliere Antonius Block, interpretato da un monumentale Max von Sydow, e la Morte, a cui Bengt Ekerot diede un volto pallido e un mantello nero divenuto leggendario. Al ritorno dalle Crociate, Block sfida la mietitrice a una partita a scacchi nel tentativo di prendere tempo e trovare un senso all’esistenza prima dell’inevitabile epilogo.
La forza del film risiede nel contrasto tra il rigore ascetico del Cavaliere e l’umanità dei saltimbanchi Jof e Mia, che rappresentano l’unica forma di gioia e speranza possibile in un mondo dominato dal terrore religioso e dalla malattia. La fotografia di Gunnar Fischer, con i suoi bianchi e neri profondi e contrastati, conferì all’opera un’estetica gotica e monumentale che influenzò generazioni di registi a venire.
Dalla critica svedese al trionfo mondiale
Inizialmente accolto con una certa cautela in patria, il film ottenne la definitiva consacrazione internazionale al Festival di Cannes, dove vinse il Premio Speciale della Giuria. La critica riconobbe immediatamente la capacità di Bergman di trasformare il cinema in uno strumento di indagine teologica e filosofica, capace di dialogare con le grandi domande dell’esistenzialismo contemporaneo.
L’opera si ispira a un testo teatrale dello stesso Bergman, Pittura su legno, e trae linfa iconografica dagli affreschi delle chiese svedesi che il regista visitava da bambino con il padre pastore protestante. È proprio in questa fusione tra memoria personale e simbologia universale che risiede il fascino magnetico della pellicola.
L’eredità: la danza macabra del cinema moderno
Oggi, Il settimo sigillo è considerato uno dei vertici assoluti della storia del cinema. La sequenza finale della “danza macabra” sulla collina è stata citata, omaggiata e persino parodiata in innumerevoli contesti, a dimostrazione di una potenza visiva che non ha perso un grammo della sua carica suggestiva nonostante il trascorrere dei decenni.
Il 1957 segnò dunque la nascita del mito bergmaniano. Max von Sydow, allora giovanissimo, iniziò proprio con questo ruolo la sua ascesa a icona del cinema mondiale, mentre Bergman dimostrò che il cinema poteva affrontare la morte non solo come spavento, ma come interlocutrice necessaria per comprendere la vita.
