16 febbraio 1970: Mina e l’urlo interpretativo di “Bugiardo e incosciente”
Cinquantasei anni fa, la “Tigre di Cremona” consegnava alla storia della musica leggera italiana una delle sue interpretazioni più drammatiche e tecnicamente complesse, adattamento magistrale di un successo internazionale.
Nel febbraio del 1970, l’industria discografica italiana veniva scossa dall’uscita di un singolo destinato a ridefinire i canoni della canzone melodica: Bugiardo e incosciente. Il brano, inserito nell’album Bugiardo più che mai… più di prima… più di me, non era solo una nuova traccia in classifica, ma un vero e proprio manifesto dell’evoluzione artistica di Mina, che in quel periodo stava abbandonando l’immagine di “urlatrice” per abbracciare quella di interprete colta e sofisticata.
La genesi: da Siviglia a Cremona
Pochi sanno che il capolavoro interpretato da Mina ha radici internazionali. Si tratta infatti della versione italiana di La Tieta, brano scritto dal cantautore catalano Joan Manuel Serrat. L’adattamento del testo fu affidato a Paolo Limiti, che riuscì a trasformare una storia di solitudine senile in un monologo femminile struggente, rivolto a un uomo amato nonostante la sua palese inaffidabilità.
La struttura del brano è un crescendo ipnotico: inizia quasi in sordina, con un arrangiamento orchestrale firmato da Augusto Martelli, per poi esplodere in una sezione centrale dove la voce di Mina tocca vette di estensione e controllo del fiato che restano, ancora oggi, un punto di riferimento per ogni aspirante cantante. La registrazione in studio divenne leggendaria per la capacità dell’artista di incidere la traccia con una tale intensità da rendere superflui ulteriori ritocchi.
Un successo tra censura e critica
Nonostante la complessità armonica e un testo non propriamente “leggero” per l’epoca, il singolo scalò rapidamente le classifiche, rimanendo per settimane ai vertici della Hit Parade. La critica dell’epoca fu unanime nel lodare la capacità di Mina di “recitare” la canzone, trasformando ogni strofa in un atto teatrale. Tuttavia, la Rai mantenne inizialmente un atteggiamento prudente a causa della tematica del tradimento e della dipendenza emotiva, temi allora considerati scottanti.
Il successo di Bugiardo e incosciente consolidò definitivamente il sodalizio artistico tra Mina e Paolo Limiti, autore capace di scavare nelle pieghe più oscure del sentimento amoroso. Il brano divenne un caposaldo delle sue apparizioni televisive, iconiche restano le riprese in bianco e nero in cui l’obiettivo si stringe sul volto della cantante, catturando ogni sfumatura di quella che è stata definita una “lucida follia interpretativa”.
L’eredità culturale di un classico
Oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, il brano è considerato una delle massime vette della musica d’autore italiana. Le indagini musicologiche sottolineano come Bugiardo e incosciente abbia anticipato la figura della donna consapevole della propria vulnerabilità, ma non per questo disposta a rinunciare alla propria passione. Molti artisti contemporanei hanno tentato di misurarsi con questa partitura, ma la versione di Mina resta l’originale inarrivabile per potenza emotiva.
Il 1970 segnò dunque uno spartiacque: Mina non era più solo la voce più bella d’Italia, ma una narratrice di storie profonde, capace di elevare il pop a forma d’arte elevata. Il brano continua a essere trasmesso e scaricato, dimostrando una resilienza generazionale che solo i veri classici possiedono.
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