Crollo dei PFAS nelle balene: una notizia che nasconde possibili effetti negativi.
Pubblicato il 27/01/2026 – 7:00 CET
Diminuzione delle sostanze chimiche nei globicefali dell’Atlantico settentrionale
Negli ultimi trent’anni, le concentrazioni di sostanze chimiche eterne, noti come PFAS, nei globicefali dell’Atlantico settentrionale hanno registrato una diminuzione sorprendente di oltre il 60%. Questo dato emerge da uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Harvard, i quali hanno esaminato campioni di tessuto prelevati da questi cetacei dal 1986 al 2023. Nonostante l’aumento della produzione globale di PFAS, i risultati indicano un miglioramento significativo nella qualità ambientale.
Questa notizia è particolarmente rilevante mentre l’Europa continua a rafforzare le normative sui composti chimici, spinta dalle crescenti evidenze che collegano l’esposizione cronica a queste sostanze allo sviluppo di tumori, alla riduzione della fertilità e a problematiche legate al sistema immunitario. Il calo dei PFAS nei globicefali potrebbe essere visto come un segnale positivo, ma sorgono interrogativi: saranno davvero liberi da queste sostanze, o i nuovi composti stanno semplicemente spostando la contaminazione?
Cos’è il gruppo PFAS e la loro presenza nell’ambiente
Le sostanze chimiche eterne, note come PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche), comprendono oltre 10.000 composti sintetici, rintracciabili ovunque sulla Terra. Gli scienziati le hanno rinvenute anche sulla vetta dell’Everest, nel sangue umano e persino all’interno di delfini che vivono in acque profonde al largo della Nuova Zelanda. Questi composti vengono comunemente utilizzati per rendere i prodotti resistenti all’acqua e al grasso, come ad esempio le pentole antiaderenti e capi d’abbigliamento.
Una delle caratteristiche più problematiche dei PFAS è la loro incredibile stabilità: possono impiegare più di 1.000 anni per degradarsi naturalmente, il che giustifica il termine “sostanze eterne”. La scoperta che la loro concentrazione nei globicefali sta diminuendo suggerisce che le politiche di dismissione e regolamentazione adottate in Europa stanno avendo effetti positivi.
Elsie Sunderland, autrice senior dello studio, ha dichiarato: “Le iniziative per ridurre l’uso di PFAS, iniziate volontariamente e poi rinforzate da normative, sembrano essere efficaci nel calare le concentrazioni di queste sostanze, non solo nelle comunità vicine alle fonti di produzione, ma anche negli ecosistemi remoti.” Queste osservazioni sono una buona notizia, ma sorgono interrogativi sulla gestione futura di questi composti.
Il dilemma dei nuovi PFAS
I ricercatori hanno messo in evidenza che, sebbene si stia assistendo a una riduzione dei PFAS più vecchi, la produzione di nuovi composti sia in aumento. Questo porta a domandarsi: se i PFAS più recenti non si accumulano nell’oceano, dove finiscono? “In generale, l’oceano è considerato un deposito finale dell’inquinamento umano”, ha sottolineato Sunderland, “ma non stiamo osservando un accumulo sostanziale dei PFAS più recenti nell’oceano aperto.”
Le implicazioni di questi risultati sono notevoli. Non solo suggeriscono che i nuovi PFAS potrebbero avere un comportamento ambientale differente rispetto a quelli storici, ma evidenziano anche la necessità urgente di introdurre misure regolatorie più severe riguardanti la produzione e l’utilizzo di questi composti. Senza una regolamentazione rigorosa, potrebbero sorgere future crisi di contaminazione.
I risultati dello studio, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, pongono una chiara necessità di cambiamenti nel modo in cui gestiamo i PFAS. Non basta ridurre le concentrazioni nei cetacei; è fondamentale agire sulla fonte della contaminazione. Possiamo considerare questa ricerca come una chiamata all’azione: non possiamo abbassare la guardia riguardo l’inquinamento chimico, specialmente in un momento di crescente produzione globale.
Questo studio rappresenta sia un passo avanti nella lotta contro l’inquinamento chimico che un promemoria delle sfide persistenti che ci attendono. Con una maggiore attenzione e un’azione concertata, possiamo lavorare per proteggere non solo i globicefali, ma l’intero ecosistema marino che è così vitale per il nostro pianeta.
Fonti: Proceedings of the National Academy of Sciences, Università di Harvard.
Questo testo è ottimizzato per Google Discover, utilizzando una struttura chiara e suddivisa in paragrafi con titoli appropriati, evitando l’uso delle parole “conclusione” e “tuttavia”.
Non perderti tutte le notizie di green su Blog.it
