Slitte e Skijoring: Il Tramonto delle Discipline Animali ai Giochi Invernali
Dalle corse con i cani da slitta allo skijoring equestre: ripercorriamo la storia delle discipline “escluse” dal firmamento olimpico e i motivi di un’assenza che fa discutere.
Mentre i riflettori si accendono ufficialmente sui Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026, l’attenzione globale si concentra su 16 discipline storiche, dal biathlon allo sci alpino. Tuttavia, analizzando il palinsesto delle oltre cento sfide previste fino al 22 febbraio, emerge un dato inequivocabile: l’assoluta esclusione di competizioni che prevedano l’impiego attivo di animali. Una scelta che segna un solco netto rispetto alle edizioni estive, dove gli sport equestri mantengono il loro status dal 1912.
Nonostante l’attuale rigidità del CIO (Comitato Olimpico Internazionale), la storia dei Giochi è costellata di tentativi volti a integrare la fauna nel contesto agonistico invernale. Discipline affascinanti che, pur avendo sfiorato il riconoscimento ufficiale, sono rimaste confinate nell’alveo degli eventi dimostrativi.
Cronache di un’Integrazione Mancata
Nel 1932, a Lake Placid, la corsa con i cani da slitta debuttò come evento di esibizione. Atleti nordamericani e canadesi si misurarono su un tracciato di 40 chilometri, guidando mute di sei cani in una prova di resistenza estrema. Nonostante il successo di pubblico, la disciplina non riuscì mai a compiere il salto verso l’ufficialità olimpica.
Ancor più singolare fu lo skijoring equestre, protagonista a St. Moritz nel 1928. In questa specialità, lo sciatore viene trainato da un cavallo al galoppo su superfici ghiacciate. Sebbene questa pratica sopravviva con vigore nelle tradizioni scandinave e svizzere, la sua integrazione nel programma moderno è ostacolata da complessità logistiche e, soprattutto, da una sensibilità etica radicalmente mutata rispetto al secolo scorso.
Oggi, il baricentro del dibattito si è spostato sul benessere animale. La crescente consapevolezza pubblica non tollera più zone grigie riguardo alla salute psicofisica delle creature coinvolte. Casi mediatici recenti, come le polemiche scaturite durante il pentathlon moderno a Tokyo 2020, hanno imposto una revisione dei protocolli, spingendo le organizzazioni internazionali a interrogarsi sul confine tra prestazione atletica e rispetto della vita animale.
Tuttavia, il legame tra le Olimpiadi e il mondo animale persiste sul piano simbolico. Gli ermellini Milo e Tina, mascotte ufficiali di Milano Cortina 2026, incarnano lo spirito del territorio. Se i loro nomi omaggiano le città ospitanti, la loro stessa esistenza in natura è messa a dura prova dall’attuale crisi climatica, rendendo queste icone dei messaggeri di urgenza ecologica.
Il Mustela erminea è un capolavoro di adattamento: il suo manto muta cromaticamente per mimetizzarsi tra le nevi. Oggi, però, lo scioglimento precoce dei ghiacciai e la scarsità di precipitazioni nevose privano l’ermellino della sua difesa naturale, esponendolo ai predatori in un ambiente che non offre più riparo. Le Olimpiadi, dunque, diventano una piattaforma per veicolare un monito sulla responsabilità ambientale.
Attraverso Milo e Tina, il comitato organizzatore non celebra solo l’agilità sportiva, ma accende i riflettori sulla conservazione degli habitat alpini. Rispettare la fauna significa, prima di tutto, tutelare gli ecosistemi che permettono la vita e, di riflesso, lo svolgimento degli sport invernali stessi. È un invito alla consapevolezza: il futuro della competizione è indissolubilmente legato alla salute del nostro pianeta.
