ESCLUSIVA | Intervista ad Andrea Govoni: “L’arte deve essere libera. La vera musica si ascolta nei club”
Emiliano doc, ma innamoratissimo di Milano – la città che lo ha accolto a braccia aperte – Andrea Govoni è tornato sulle scene di recente con un nuovo singolo, Polvere di stelle, distribuito da Virgin Music Italia / Edizioni 7 s.r.l., che anticipa il nuovo album, in uscita in primavera.
Con un bagaglio di esperienze sulle spalle – che contiene, tra le altre cose, collaborazioni con tantissimi artisti di fama internazionale, come Steven Adler (Guns n’Roses), Paul Di Anno (Iron Maiden), Scarlet Rivera (Bob Dylan), Chris Jagger (fratello del noto Mick), David Richards (Queen, Bowie) e non solo – l’artista oggi è pronto per una nuova sfida: togliersi le vesti di “cantautore autobiografico” e indossare quelle di “voce del popolo”. Polvere di stelle, infatti, è la storia di tutti: troppo spesso, tra gli impegni e i problemi della vita, ci dimentichiamo che, in realtà, è già solo una fortuna vivere. E, ancora di più, non ci ricordiamo che siamo tutti sulla stessa barca e che ogni persona che incontriamo lascia un segno.
In che direzione andrà il suo nuovo lavoro? Di questo e di molto altro ci ha parlato lui stesso in questa piacevole intervista.
È da poco uscito Polvere di Stelle, il tuo ultimo singolo. È più che altro un invito a soffermarsi sui piccoli piaceri quotidiani, che spesso dimentichiamo, presi da tante cose. Vi sono immagini quotidiani – uscire, camminare, vedere gli alberi e le foglie – che diamo per scontato, quando invece sono questi che rendono magica la vita.
Sì, parlo della consapevolezza di quanto sia una fortuna vivere ogni giorno. Il brano ha un senso spirituale, che tende all’astronomia, una scienza mi ha sempre affascinato. Spesso quest’ultima è considerata quasi antitetica rispetto alla religione. Pensiamo a Margherita Hack, risaputamente atea. Io – che sono cresciuto in un ambiente religioso, ho imparato a suonare in parrocchia – ho voluto fonderle, fino a mandare un messaggio di uguaglianza. Più che religione pura però io parlo di elevatezza: ogni giorno dovremmo ringraziare la vita, perché siamo tutti parte di questo universo.
Quindi dovremmo capire anche che siamo tutti sulla stessa barca?
Sì, esatto.
Il videoclip – con la regia di Mehmet Gurkan – evidenzia proprio questo: ci sono innumerevoli persone che entrano nella nostra vita, tutte con uno scopo, ma non tutte sono destinate a restare, molte rappresentano solo passaggi fugaci.
La visione non è didascalica. Ci sono io, ma ci siamo tutti. Sono all’interno di un locale – anche perché io salgo e scendo dal palco da decenni ed è la cosa che amo fare di più – e incontro persone che mi amano, odiano, abbracciano, schiaffeggiano. Vanno e vengono, ma poi tutte imprimono un’impronta.
Cioè le persone che incontriamo comunque collaborano al nostro processo di trasformazione.
Sì. Ci sfioriamo, ci tocchiamo tutti. Nel brano dico: “Restiamo in piedi abbracciati”, perché ogni persona che incontriamo, in qualche modo, ci lascia un segno. Siamo tutti collegati.
Facciamo un passo indietro. Nella tua carriera hai avuto modo di vivere esperienze uniche. Hai aperto i concerti per Alanis Morissette, Patti Smith, The Ark, Soulfly, hai condiviso il palco con i Nomadi, Morandi, Stadio, Maurizio Solieri, Timoria, Tullio De Piscopo, Articolo31, Morgan, la storica band di Liga, hai collaborato con star del calibro di Steven Adler (Guns n’Roses). Ma qual è l’esperienza che porti davvero nel cuore?
Dagli anni 2000 ad oggi ho fatto tantissime esperienze e conoscenze: alcuni incontri sono stati assolutamente casuali, come quello con Scarlet Rivera (Bob Dylan), che mi ha illuminato con la sua luce. È nato quasi come una jam, ha suonato una mia canzone. Ho avuto poi la fortuna di aprire un concerto di Patti Smith, la poetessa del rock. È salita sul palco mentre io scendevo e ha voluto usare il mio microfono per cantare: è stato molto emozionante. Poi ho fatto un tour europeo con Steven Adler: quello per me è stata una grande palestra, lì ho imparato a buttare fuori tutta la mia grinta.
Tra gli italiani ricordo l’incontro con il grande Tullio De Piscopo, ma anche con Califano. C’è da dire che la mia base è quella rock, ma io amo molto i cantautori italiani.
Qual è quello a cui ti ispiri di più?
In primis quelli della tradizione emiliana, come Lucio Dalla, Vasco Rossi. Ma anche quelli della scuola romana: Zero, Baglioni, Battisti. Per me, però, il più grande poeta musicale è De Andrè.
Hai appena menzionato la tradizione emiliana. Tu sei nato a Modena, ma hai deciso di lasciare la tua città per raggiungere Milano e incominciare lì una nuova vita artistica. Eppure la tua terra sembra essere presente in molti tuoi brani.
Amo viaggiare suonando, vedere posti nuovi, conoscere gente, portare la mia musica in giro, ma l’Emilia è sempre nel mio cuore. Sono innamoratissimo di Milano: qui ho trovato la mia dimensione, ci sono tantissime cose da fare, non ci si ferma mai. I miei amici emiliani mi chiedono spesso di tornare, ma ogni volta che vado e resto 3 giorni ingrasso (ride, ndr).
Quindi per te vale la regola: mantenere radici salde, ma andare avanti, guardando al futuro.
Certo, anche perché fare nuove avventure, nuovi incontri, provare nuove emozioni è quello che serve a ispirare chi scrive canzoni: ti dà l’opportunità di avere sempre nuove cose da raccontare e a me piace narrare ciò che vivo. Polvere di stelle in questo senso è un unicum nella mia carriera (almeno fino ad ora): non parlo di esperienze vissute in prima persona, ma cerco di lanciare un messaggio. È un tema generico e universale quello che affronto, anche se oggi è difficile parlare a tutti e di tutti.
Sarebbe più facile quindi parlare di sé, fare racconti puramente autobiografici.
È quello che ho fatto fino ad ora, ma adesso ho cercato di dire qualcosa in più, di fare lo step successivo. Parlare sempre di sé è interessante fino a un certo punto: non sai come lo recepisce chi ascolta.
Parlare di sé forse è più che altro terapeutico per chi canta…
Esatto, è un modo per far emergere quello che abbiamo dentro. Ma devi considerare che la tua musica può essere ascoltata da persone diverse, sempre nuove.
In primavera uscirà il tuo nuovo album. Cosa dobbiamo aspettarci? Ci sarà una componente autobiografica, oppure vuoi continuare su questa (nuova) scia?
Entrambe le cose. Ci saranno atmosfere sospese nel tempo, che richiamano altre epoche, coerentemente con le mie influenze, che sono tendenti al passato. Parlerò anche molto d’amore: del resto, non so fare altro. E poi l’amore è ovunque, gira tutto intorno a lui.
Hai appena detto che le tue influenze sono tendenti al passato. Pensi che oggi ci siano cantautori e artisti interessanti in Italia?
Assolutamente sì. La musica vera è quella che ascolti nei club, la trovi nella dimensione live. Nel mainstream troviamo grandi voci, grandi performer, grandi interpreti, ma canzoni omologate alla massa. Si sentono sempre le stesse sonorità, mentre nei locali si ascoltano sound molto diversi tra loro.
Qualche esempio?
Il più lampante è Lucio Corsi, che conosco personalmente: è stato tra i primi ad ascoltare le mie canzoni e mi ha detto “andiamo avanti”. È riuscito a portare la sua musica al grande pubblico. Altri nomi sono DelVento, i FoFo Forever – la cui sonorità può essere collocata tra gli Smith, i Cure e mi ricorda i tempi in cui vivevo a Londra e andavo a Brighton, governata dai gruppi psychedelic flower – Zara Colombo (che fa parte di un duo insieme a Luca Massaro, ndr).
Quello che hanno in comune questi artisti è che sono liberi: l’arte – che sia un quadro, un dipinto, un racconto – deve esserlo. Copiando gli altri si perde l’originalità, che è la massima espressione della musica.
Ricominciamo a parlare di te. Giovedì 18 dicembre alle ore 21.30 per celebrare questo nuovo capitolo si è tenuta una grande festa – concerto al Q-Hub di Milano. Com’è andata e cosa ti resta di questa esperienza?
È stata una botta di vita e di energia. La parte più bella è stata che tutto il pubblico ha cantato il ritornello di Polvere di stelle, che era appena uscita. È stata un’emozione unica.
Una persona – anzi, un artista – come te, che ha avuto tanto dalla carriera, ha avuto modo di conoscere e collaborare con personaggi iconici ha ancora dei sogni del cassetto da realizzare?
Ho scritto una raccolta di poesie, che uscirà insieme all’album, inoltre sto scrivendo un romanzo. Ma il mio grande sogno sarebbe scrivere per i grandi della musica italiana, ma soprattutto per le dive italiane, come Mina, Patty Pravo e Iva Zanicchi.
