Si può dare da mangiare ai gatti randagi? Guida tra diritto e buone pratiche
Tuttavia, la situazione può complicarsi sul piano locale. Alcuni Comuni italiani hanno cercato di regolamentare o addirittura di vietare la distribuzione di cibo ai randagi con ordinanze di polizia urbana per motivi di igiene pubblica e decoro urbano. Queste ordinanze, talvolta adottate per motivare problemi di sporcizia o cattivo odore nelle strade, vengono però spesso ritenute illegittime dai Tribunali Amministrativi Regionali, che sottolineano come non sia possibile impedire a un cittadino di aiutare gli animali se la condotta non crea disturbo o danno.
In altri casi, i regolamenti comunali richiedono che il cibo sia somministrato tramite associazioni convenzionate con l’ente locale e non in maniera spontanea da parte di singoli cittadini, con l’obiettivo dichiarato di evitare proliferazioni incontrollate di colonie feline che possono richiamare parassiti o creare disagi alla cittadinanza.
Un esempio emblematico è il Comune di Bolognola, dove è stata emanata un’ordinanza che vieta di somministrare alimenti a gatti e cani randagi nelle aree pubbliche del centro abitato, con multe da 25 a 500 euro a chi viola il divieto. L’amministrazione ha motivato la scelta come misura per contrastare problemi di igiene e decoro legati alla presenza di cibo e alla conseguente aggregazione di animali nei luoghi pubblici.
In altri Comuni, come Castelbuono (PA), sono state introdotte sanzioni analoghe per chi nutre animali randagi con l’obiettivo dichiarato di tutelare l’ambiente urbano, anche se associazioni animaliste locali hanno contestato la legittimità di tali norme, rilevando un conflitto con la legge nazionale che tutela gli animali liberi.
