ESCLUSIVA | Intervista a Maurizio Mastrini: “Lavorare con Luis Bacalov è stato bellissimo. Pupi Avati mi ha fatto i complimento per il mio lavoro, ma oggi sogno una candidatura all’Oscar”
Da ragazzino la sera tornava a casa, si stendeva sul letto, stremato, e sognava ad occhi aperti di suonare alla Carnegie Hall di New York: oggi, a distanza di anni, quel sogno si è tramutato in realtà, non una ma ben due volte. Parliamo di Maurizio Mastrini, pianista dai mille talenti e dall’animo sconfinato: gira tutto il mondo, ma poi torna sempre nel suo eremo in Umbria, con la natura che gli fa da contorno e lo accompagna nelle sue giornate, fino a diventare la fonte di ispirazione principale per la sua musica. Nonostante i successi, non dimentica mai gli altri: ha ideato il Concerto Baratto – che consiste chiedere al pubblico, per assistere ai concerti, di non acquistare i biglietti, ma di portare in dono generi di prima necessità (pasta, farina, riso, zucchero), da consegnare ad associazioni come Croce Rossa, Caritas, Mensa dei Poveri, Associazioni Pro Terremotati e distribuire poi alle persone bisognose – ma questo per lui non è altro un regalo che fa a sé stesso, almeno un paio di volte all’anno, a dimostrazione di come un cuore puro si riesca ad arricchire più quando dà che quando riceve. Ha avuto modo di conoscere e collaborare con artisti e personalità del calibro di Valeria Golino, il Premio Oscar Luis Bacalov, Alessandro Haber, Tony Renis, eppure il suo cassetto è ancora pieno di sogni da realizzare.
Di questo e di molto altro abbiamo parlato con lui in questa piacevole intervista.
Solo un paio di mesi fa ha calcato nuovamente – dopo l’esibizione del 2023, con la New York Chamber Orchestra – il palco della Carnegie Hall di New York, il tempio assoluto della musica mondiale, non solo come compositore e musicista, ma anche come Direttore artistico della kermesse. Cosa le ha lasciato quest’esperienza?
Mi ha lasciato tantissimo: per un concertista è un appuntamento che dà lustro alla carriera. Io sono una persona estremamente emotiva, mi sono accorto della sua portata già dalle prove del pomeriggio. È un palco che dà molto, ma che stressa anche molto: quando inizi a suonare, però, dopo 3-4 minuti te ne dimentichi. Qui ho portato Ghost, il mio nuovo progetto discografico (in un’intima versione solo piano, ndr).
A proposito Ghost, il suo ultimo album. Com’è nato?
La mia composizione è estremamente istintiva: sono le dita che scrivono la melodia sulla tastiera. Sono l’anima e il cuore a comandare tutto. In questo caso, però, ho fatto in modo di avere scariche di adrenalina, affittando la suite Caruso dell’Hotel Excelsion Vittoria di Sorrento, dove ha soggiornato Caruso e Dalla ha scritto l’omonimo brano. Volevo omaggiare il Maestro, ma non volevo chiamarlo come lui. Così ho immaginato il suo fantasma girare per la suite e aiutarmi a scrivere il brano. Anche nel videoclip compare.
Ha appena detto che la sua anima a comporre e lei non fai altro che assecondarla. La sua musica, quindi, è spontanea al 100%, oppure c’è spazio anche per la ricerca?
C’è spazio anche per ricerca: è necessario trovare formule nuove, sia armoniche che melodiche. La sperimentazione è fondamentale per me: se non avessi avuto questo spirito, ad esempio, non avrei provato nel 2009 a suonare gli spartiti al contrario, partendo dal basso. È stata un’idea che mi ha permesso di farmi conoscere in tutto il globo.
Dal 2009 a oggi ha fatto quasi 1.000 concerti (990 per essere precisi), eppure ha ammesso di provare ancora la stessa emozione di sempre…
È così. Sul palco i 989 concerti precedenti spariscono. Non ho mai la sicurezza che questo numero potrebbe dare.
Da un certo punto di vista, se posso permettermi, è anche questo che rende un concerto coinvolgente: vedere l’emozione dell’artista molto spesso emoziona anche il pubblico.
Sì, credo sia una necessità dialogare con l’anima delle persone. Vedo sempre più spesso che il pubblico che mi ascolta mi viene a salutare con le lacrime agli occhi. Forse quindi è necessario che io abbia tutta questa tensione per arrivare al cuore delle persone.
Poco fa abbiamo parlato di Ghost. Ricordiamo che è stato ed è in un certo senso anche un po’ il fulcro del suo tour mondiale, composto da 160 date, cominciato il 26 aprile 2024 ad Astana, in Kazakistan, con un memorabile concerto insieme all’Orchestra Sinfonica della capitale. L’ultima tappa sarà quella di Miami, il 21 febbraio di quest’anno. Come sta andando?
Sta andando benissimo: non mi aspettavo di fare un tour di 160 date. Ho toccato tutti i continenti. Da quel 26 aprile ad Astana è stato un susseguirsi di successi: mi porto dentro tante emozioni.
E c’è un concerto – non necessariamente in questo tour, ma in generale – che è stato particolarmente toccante per lei?
Quelli alla Carnegie Hall sono forse quelli che mi hanno motivato di più, ma ogni concerto è una storia a sé, lo vivo in maniera diversa. Ricordo nettamente, però, il concerto in Giappone, in cui ho suonato un pianoforte appena restaurato – l’ho inaugurato io – perché era stato distrutto nel devastante tsunami. Ricordo anche l’arena di Tokyo, con 3mila persone: un’esperienza molto significativa.
E non dimentichiamo che ha composto e suonato Tango Clandestino, un omaggio a Papa Francesco. Cosa ricorda di quell’esperienza?
Questo è un brano a cui sono molto legato: l’ho scritto di getto la sera della sua elezione. Quando in tv sono apparsi i suoi occhi, che avevano una profondità, una trasparenza assoluta, mi sono messo al pianoforte. Probabilmente mi ha ispirato la sua provenienza. Dopo un mese, ci fu un grande evento a Piazza del Popolo a Roma e fui chiamato per esibirmi con questo brano. Ogni volta che lo suono mi fa pensare allo spirito di Papa Francesco: mi sono sentito legatissimo a lui, ma non ho mai osato chiedergli di trovare del tempo per ascoltarmi, perché ho sempre pensato che il tempo che dedicava al prossimo fosse più importante. Ma adesso, a quasi un anno dalla sua morte, ho il desiderio di eseguire nuovamente questo tango.
Mi ha colpito molto che, nonostante abbia girato e continui a girare tutto il mondo, per lei la sua casa resta sempre e solo una e cioè il suo eremo nella campagna di Panicale. Quanto la natura incide sulla sua creatività e sul suo equilibrio (sia artistico che personale)?
Tantissimo. Amo la mia terra, l’Umbria, il luogo in cui vivo. Ogni mattina faccio 4 km in mezzo in mezzo al bosco, che sia il 15 agosto, oppure il giorno di Natale. Per me è una passeggiata diventata un “obbligo piacevole”. Pur facendo lo stesso itinerario ogni giorno, trovo sempre qualcosa di nuovo. Questo mi fa stare bene e questo benessere mi aiuta anche a scrivere.
Facciamo un passo indietro. La sua è una storia molto particolare e toccante. Quando aveva circa 10 anni era solito costruire strumenti musicali artigianali con gli scarti di ferro nella bottega di suo padre, fabbro di professione. Nel frattempo, studiava pianoforte. Cosa resta di quel ragazzino oggi?
Mio padre era appassionatissimo di musica: aveva una radio sempre accesa nella sua officina. Il pomeriggio costruivo strumenti per accompagnare la musica che usciva da lì. Di lì a poco mi portò da un maestro di musica, che gli consigliò di farmi iscrivere al conservatorio. Sono nato e cresciuto in un paesino di 300 anime: guardavo sempre i canali in cui andavano in onda i film di Fred Astaire e mi sono innamorato dell’idea del palco, delle luci. Nel mio inconscio è nato il desiderio di diventare pianista. A 13/14 anni prendevo il treno da Chiusi/Chianciano Terme per andare a Napoli e prendere lezioni da uno dei più grandi maestri esistenti. Questo spirito di sacrificio mi è sempre rimasto: ancora oggi, per garantire una buona qualità nelle mie esibizioni, studio 3-4-5 ore al giorno sempre.
Cosa consiglierebbe a un ragazzo che si avvicina alla musica?
Di sognare. Quando ero piccolo studiavo 8-9 ore al giorno, la sera ero stremato, mi mettevo a letto e nella mia mente tenevo dei tour immaginari in tutto il mondo e questo mi aiutava a trovare la motivazione il giorno dopo. Suonavo all’Opera di Parigi, al Metropolitan di New York e alla Carnagie Hall. Il 21 novembre 2023 sono riuscito a realizzare il mio sogno da bambino. Bisogna credere nei sogni, perché poi si avverano.
E ha ancora dei sogni da realizzare?
Sì. Il più grande è avere una candidatura agli Oscar. Ancora non ci sono riuscito, ma ci sono attori di fama internazionale che mi seguono. Il 27 luglio 2024 suonavo a Sorrento: tra il pubblico c’era anche Valeria Golino, che avrebbe dovuto ricevere un premio subito dopo la mia esibizione. Quando finii salì sul palco, venne da me e mi disse: “Nostalgia – il brano con cui avevo chiuso il concerto – sarà il tema del mio prossimo film da regista”. Magari sarà proprio un suo film a portarmi a Los Angeles. Ho anche un’altra storia interessante da raccontare. Quattro anni fa cenai con Pupi Avati e altri amici, avevo con me un mio album e glielo lasciai. Poco dopo dovevo suonare in Calabria, a Lamezia Terme: partii da Perugia per arrivare all’aeroporto di Pisa. Diluviava e non riuscii a trovare posto per sedermi, perché era gremitissimo. Arrivato finalmente a destinazione, noleggiai l’auto, arrivai in albergo sotto la pioggia e dentro di me pensai: “Ma chi me lo fa fare tutto questo”. Arrivato in camera, accesi il computer e trovai nella posta un messaggio di Pupi Avati, che scriveva delle parole bellissime sull’album che aveva ascoltato. Questa per me è stata una gratificazione enorme: poche parole valgono un cachet da 100.000 euro.
Ha citato Valeria Golino, ma negli anni ha collaborato anche con altri grandi artisti, come il Premio Oscar Luis Bacalov, Alessandro Haber. Cosa porta con sé di questi incontri e sodalizi?
Bacalov l’ho conosciuto l’ultimo anno della sua vita. Stavamo preparando un concerto insieme, che si chiamava Amici di tango in tango. Purtroppo la malattia lo ha portato via e non abbiamo potuto concretizzare il nostro progetto, ma ho potuto conoscere una persona deliziosa, mite, umile, preparatissima e molto sensibile. Abbiamo anche parlato delle accuse di plagio da parte degli eredi di Sergio Endrigo per via del Postino. In realtà io credo davvero che non abbia cercato di copiare nessuno: il “responsabile” è stato l’istinto, ciò che aveva memorizzato. Lui aveva lavorato con Endrigo quando era giovanissimo e non era ancora conosciuto: probabilmente aveva scritto un brano in quel periodo che è entrato nell’inconscio del maestro Bacalov. Un altro artista è Tony Renis, con cui collaboro tutt’ora: ha un istinto musicale assoluto. Quando ho fatto l’audizione da lui si è commosso. E poi Albertazzi: quando lui faceva recital, in cui leggeva poesie e passi letterari, non si faceva accompagnare da nessuno, voleva che la sua voce fosse pulita, non voleva suoni. L’unico a cui ha permesso di suonare sono stato io. Ha sempre avuto una grande attenzione per me. Alessandro Haber, con cui tutt’ora sto collaborando, è l’attore più bravo al mondo: faremo ancora dei recital piano e voce.
Tempo fa ha ideato il Concerto Baratto: per assistere allo spettacolo, anziché acquistare i biglietti, è necessario portare in dono generi di prima necessità (pasta, farina, riso, zucchero), che poi vengono devoluti in beneficenza ad associazioni del territorio dove ha luogo il concerto. Così è riuscito a raccogliere ben 153 quintali di generi alimentari, che sono stati consegnati ad associazioni come Croce Rossa, Caritas, Mensa dei Poveri, Associazioni Pro Terremotati e poi distribuiti alle persone bisognose. Com’è nata quest’idea?
È nata per caso. Doveva uscire un mio nuovo album: prima di registrare i brani dovevamo fare dei test sul pubblico per capire se ci fosse da correggere qualcosa. Chiamai un amico e gli chiesi di organizzare un concerto: lui scelse la Toscana, Siena nello specifico. Mi chiese quanto avremmo dovuto far pagare e io risposi “nulla, siamo noi che “usiamo” il pubblico per una nostra necessità”. Quando sono arrivato lì qualche giorno prima per fare dei sopralluoghi mi sono accorto che vicino all’auditorium c’era una mensa dei poveri, gestita da suore. Lì è stato istintivo: ho avuto l’idea di raccogliere prodotti di prima necessità. La prima volta raccogliemmo 7 quintali, adesso siamo arrivati a 153. Faccio almeno un paio di Concerti Baratto all’anno: è il regalo che faccio a me stesso per stare bene.
