La Fed alza tassi di 0,25%: Warsh sfida Trump per combattere l’inflazione

La Fed alza tassi di 0,25%: Warsh sfida Trump per combattere l’inflazione

La Fed alza tassi di 0,25%: Warsh sfida Trump per combattere l’inflazione

ROMA (ITALPRESS) – A Washington Donald Trump chiedeva di togliere il piede dal freno. Kevin Warsh, invece, ha deciso di premerlo un po’ di più. La Federal Reserve ha alzato di un quarto di punto il costo del denaro, portando i tassi nella fascia tra il 3,75% e il 4%. Una decisione arrivata con il voto unanime dei dodici componenti del direttivo. La scelta più che una semplice variazione di listino, racconta il primo vero braccio di ferro tra la Casa Bianca e il nuovo inquilino della banca centrale.


Warsh, arrivato alla guida della Fed a maggio dopo essere stato scelto da Trump, avrebbe potuto cercare una strada più accomodante. Del resto, quando ancora era candidato alla presidenza della banca centrale, aveva lasciato intendere che ci fosse spazio per ridurre i tassi. Trump, non proprio famoso per la diplomazia con la Fed, aveva fatto sapere chiaramente di aspettarsi proprio quello: denaro meno costoso, credito più abbondante, economia più allegra.

È andata diversamente. Warsh ha ricordato a tutti che una cosa è essere nominati da un presidente, un’altra è fare il presidente della Federal Reserve. E la differenza, in America, passa anche dalla parola più indigesta per qualsiasi governo: inflazione.

“Non tollereremo un’inflazione persistentemente elevata”, ha assicurato Warsh al Congresso. Una frase asciutta, quasi notarile, ma con un destinatario facilmente individuabile. Perché i prezzi stanno facendo qualcosa che alla Fed piace pochissimo: restano troppo lontani dall’obiettivo del 2%. Ad agosto l’inflazione al consumo è salita al 3,4% su base annua, mentre la crescita mensile dei prezzi ha raggiunto lo 0,4%, quattro volte il ritmo di luglio. E le previsioni non portano sollievo: l’inflazione è vista ancora in aumento, verso il 3,7%. Insomma, il famoso 2% che dovrebbe rappresentare il porto tranquillo della politica monetaria americana sembra ancora parecchio lontano.

Il problema è che questa volta l’inflazione non arriva da una sola porta. La guerra con l’Iran ha fatto salire di oltre il 7% in un mese il prezzo medio della benzina, con il rischio che lo shock energetico si propaghi al resto dell’economia. Ma ci sono anche i dazi, che possono trasferire sui consumatori il maggior costo di molti beni, dagli elettrodomestici in su. E perfino l’intelligenza artificiale, la grande macchina della produttività americana, presenta il conto: la corsa agli investimenti nei data center sta facendo aumentare la domanda e i prezzi di chip e apparecchiature elettroniche.

A complicare il quadro c’è un’economia che, anziché mettersi diligentemente a dieta, continua a mangiare. Le vendite al dettaglio sono aumentate dell’1,2% ad agosto rispetto al mese precedente. I consumatori continuano dunque a spendere, nonostante la fiducia degli americani sull’economia non sia esattamente alle stelle.

È proprio questa combinazione a preoccupare la Fed: prezzi troppo vivaci e consumi ancora robusti. Se l’economia continua a correre, diventa più difficile convincere l’inflazione a rallentare. E così il costo del denaro torna a fare il lavoro ingrato del guastafeste: mutui più cari, finanziamenti automobilistici più costosi, credito meno conveniente per famiglie e imprese. La sorpresa, semmai, è che la stretta potrebbe non essere finita qui. Le previsioni indicano la possibilità di un altro rialzo entro la fine dell’anno e forse di altri interventi nel 2027. Il mercato, secondo le attese riportate dagli analisti, non sembra quindi prepararsi a una rapida stagione di tagli. Anzi, la prospettiva di tassi elevati più a lungo torna a prendere corpo. La Casa Bianca non prenderà bene la decisione? Probabilmente no. Lo aveva ammesso anche Kevin Hassett, il principale consigliere economico di Trump: il presidente, aveva spiegato, non sarebbe stato “molto contento”. Ma avrebbe difeso l’indipendenza di Warsh.

Per Wall Street, almeno per ora, nessun dramma. Il rialzo era ampiamente previsto e i mercati hanno reagito senza scosse particolari. Il vero problema è quello che viene dopo. Perché un quarto di punto, preso da solo, è poca cosa. Ma se diventa l’inizio di una nuova stagione di rialzi, allora la musica cambia. Soprattutto per il Nasdaq e per i titoli legati all’intelligenza artificiale, che hanno costruito buona parte delle loro valutazioni sull’idea di un denaro destinato prima o poi a diventare meno costoso. Quando i tassi salgono, il futuro vale un po’ meno. E l’intelligenza artificiale, per quanto artificiale, non ha ancora trovato il modo di sfuggire a questa legge molto umana della finanza. Il paradosso americano è tutto qui. Il Pil viene visto in accelerazione dal 2,2% al 2,3%, i consumatori continuano a spendere e gli investimenti tecnologici restano robusti. Ma proprio perché l’economia non sembra abbastanza debole da spegnere l’inflazione, la Fed sente il bisogno di raffreddarla. Trump voleva una banca centrale più generosa. Warsh gli ha consegnato una banca centrale più severa.

Adesso resta da capire chi avrà ragione tra il presidente che vuole un’economia più veloce e il banchiere centrale che teme che, correndo troppo, l’America finisca per pagare il conto alla cassa dell’inflazione. Per il momento Warsh ha scelto di non fare il favore a Trump. E a Washington, dove quasi tutto è negoziabile, un quarto di punto può diventare una dichiarazione d’indipendenza.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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