Su Rai 1 “Il Marciatore”: la straordinaria storia di Abdon Pamich in prima tv
All’arrivo in Italia, Abdon e Giovanni si confrontano con il duro contesto dei campi profughi, segnati da povertà e diffidenza. Nonostante le difficoltà, riescono a proseguire gli studi e a integrarsi. Per Abdon, la marcia diventa non solo uno sport, ma un modo di vivere: una metafora del cammino incessante che contraddistingue chi fugge e chi cerca una propria identità. A Genova, grazie all’incontro con Giuseppe Malaspina, maestro della marcia, il giovane atleta scopre la propria vocazione e la capacità di resistere nel tempo, abbracciando una disciplina che è fatta di passo costante e determinazione, piuttosto che di scatti veloci. La marcia, per Pamich, riflette la sua esperienza di esule: andare avanti, sempre, nonostante tutto.
Dal campo profughi all’oro olimpico: il percorso di un campione
La carriera di Pamich è segnata da anni di impegno silenzioso, allenamenti e alcune sconfitte. Il momento più alto arriva con la vittoria oro a Tokyo, un traguardo che celebra non solo un talento sportivo ma anche una forte resilienza personale. L’assenza della sua terra natale, Fiume, e la perdita del senso di appartenenza sono state la spinta iniziale di un cammino lungo e difficile. “Abbiamo sofferto il freddo nel Carso – racconta Pamich – e a Trieste abbiamo trovato un’aria diversa. I campi profughi erano senza finestre, senza conforto, solo la nebbia. Ma eravamo giovani, avevamo 13-14 anni, e questo ci ha aiutati ad affrontare la situazione.” Arrivato a Genova, dopo un periodo di diffidenza, Pamich si è sentito accolto e integrato: “Genova è la mia seconda patria. Lo sport l’ho scelto quasi per caso, mio fratello faceva la marcia e quando sono andato al campo sportivo e ho detto il mio cognome, mi hanno semplicemente detto ‘Va bene, fai la marcia anche tu’.” Da quel momento ha dedicato alla marcia tutta la sua passione e impegno.
