Burqa e scuola: riflessioni sull’ideologia e la crisi dell’Occidente.
Il dibattito sull’impiego del burqa e del niqāb nelle scuole italiane ha ricevuto un rinnovato interesse nell’agenda politica. Con l’avvicinarsi dell’anno scolastico, il ministro Valditara ha proposto l’introduzione di una norma specifica in risposta alle risoluzioni parlamentari n. 7-00309 e 7-00395, approvate dalla Commissione Cultura della Camera. Questi documenti invitano il governo a prendere iniziative nei «locali scolastici» per «prevenire fenomeni di marginalità sociale e separatismo religioso» e per garantire l’«istruzione delle bambine».
Sul piano intellettuale, l’editorialista Ernesto Galli della Loggia ha alimentato il dibattito con un articolo sul Corriere della Sera. Come analizzato dalla ricercatrice Mackda Ghebremariam Tesfaù su Domani il 10 agosto, Galli descrive le classi ad alta presenza di studenti immigrati come contesti di conflitto valoriale, auspicando un’Italia «multietnica ma non multiculturale».
Un problema reale o una percezione distorta?
Analizzando la realtà delle scuole italiane, la questione del velo integrale risulta essere una pratica «quasi più assente che marginale». L’unico incidenti significativo è il «caso Monfalcone» del febbraio 2025, presso l’istituto superiore “Sandro Pertini”, dove alcune studentesse indossavano il niqāb. La scuola ha gestito la situazione attraverso procedure interne, consentendo l’identificazione delle ragazze prima dell’ingresso in aula. La grande differenza tra l’isolamento di tali episodi e la reazione legislativa suggerisce che il vero tema sia piuttosto la percezione dell’Islam nello spazio pubblico piuttosto che il burqa nelle aule.
