Cosa ci insegna la lunga vita di Craig sulla conservazione degli elefanti.
L’impatto emotivo di una perdita significativa
La morte di un animale selvatico noto può sembrare un tipo di notizia strana. È intima, perché molte persone sentono di aver “incontrato” l’animale attraverso fotografie e video. Al contempo è impersonale, poiché l’animale stesso non ha una vita pubblica oltre a ciò che gli esseri umani proiettano su di lui. Per gli elefanti, questa tensione è accentuata dalla storia: i loro corpi sono stati trasformati in beni di lusso, i loro habitat in siti di sviluppo e la loro sopravvivenza è diventata una prova di quanto funzioni realmente la conservazione.
Per questo motivo, la notizia della morte di Craig ha fatto il giro del mondo rapidamente. L’elefante maschio dell’Amboseli, famoso per le sue zanne che quasi toccavano il suolo, è deceduto all’età di 54 anni. Le autorità per la fauna selvatica e i gruppi di conservazione hanno dichiarato che Craig è morto di cause naturali dopo aver mostrato segni di disagio durante la notte, mentre i ranger rimanevano vicino a lui. Le sue ultime ore sembravano riflettere l’età, senza segni di violenza: collassi intermittenti, brevi tentativi di alzarsi e spostarsi, e chiara evidenza che non masticava più correttamente mentre i suoi ultimi molari si usuravano.
Craig non era un elefante sconosciuto. Era uno dei più fotografati in Africa ed era probabilmente il super tusker più famoso vivo, uno dei rari maschi le cui zanne pesano più di 45 chilogrammi ciascuna. Era conosciuto anche per il suo temperamento: calmo intorno ai veicoli, paziente di fronte alle telecamere e straordinariamente tollerante nei confronti dell’attenzione che riceveva. Questa sua qualità, oltre all’avorio che portava, ha contribuito a farne un simbolo di cosa significhi protezione quando è coerente e duratura nel tempo.
