José Albino Cañas Ramírez, 44 anni, difensore instancabile dei territori indigeni.
Una vita di impegno per la comunità
Cañas Ramírez è stato assassinato non in una zona di conflitto, ma nel contesto di una guerra che aveva comunque influenzato il territorio in cui viveva. È stato colpito a morte la sera del 16 febbraio nella sua casa nella comunità di Portachuelo. Due uomini sono entrati nel negozio che gestiva e hanno aperto il fuoco, fuggendo poi lungo i sentieri che attraversano la riserva indigena. Aveva 44 anni. La sua morte è stata trattata non solo come una tragedia privata ma anche come una questione pubblica di governance. Cañas Ramírez era un cabildante—un membro del consiglio di governo—del Resguardo di Origine Coloniale Cañamomo Lomaprieta, un territorio Emberá Chamí composto da oltre 23.000 persone distribuite in decine di comunità. I leader hanno affermato che la sua morte ha colpito alla radice stessa dell’autogoverno indigeno.
La lotta del popolo Emberá Chamí
Il popolo Emberá Chamí, il cui nome significa “gente delle montagne”, abita le Ande centrali e occidentali. Le loro terre sono ricche di biodiversità, ripide e contese. Da decenni vivono all’incrocio tra conflitto armato e ambizioni estrattive. Gruppi guerriglieri, paramilitari, reti criminali, minatori e interessi statali hanno cercato di controllare un territorio che gli Emberá considerano ancestrale. Il risultato è ciò che gli attivisti definiscono una forma di “doppia vittimizzazione”: da un lato, la pressione esercitata da attori armati illegali e, dall’altro, i progetti di sviluppo e sfruttamento delle risorse. In questo contesto, i leader locali corrono rischi particolari. Il Resguardo Cañamomo Lomaprieta ha affrontato minacce legate all’estrazione illegale d’oro e alla presenza armata per anni. Nel 2002, la Commissione Interamericana dei Diritti Umani ha adottato misure cautelari riconoscendo il grave pericolo per le sue autorità e comunità. Tali protezioni sono ancora attive, segnale che la minaccia non è mai svanita.
