Negoziare il futuro della conservazione: le sfide rimaste da affrontare per il pianeta.
Gli autori, guidati da Moreangels Mbizah di Wildlife Conservation Action in Zimbabwe, rintracciano le radici istituzionali della conservazione fino alla fine del XIX secolo, quando le aree protette furono create in paesaggi colonizzati attraverso sfratti forzati e restrizioni all’uso della terra da parte delle comunità locali. Le popolazioni indigene e le comunità rurali sono spesso escluse in nome della preservazione della “natura incontaminata”. Anche se la conservazione si è evoluta nel tempo, il documento metterà in evidenza come questi modelli precoci continuino a influenzare la pratica attuale attraverso quello che viene definito “dipendenza dai percorsi”: norme ereditate che continuano a privilegiare l’esperienza esterna e un controllo centralizzato.
Un’altra conseguenza, secondo gli autori, è la continua marginalizzazione delle popolazioni indigene e delle comunità locali, specialmente nel Sud Globale. Questi gruppi sono frequentemente descritti come “portatori di interessi” o “beneficiari” piuttosto che come detentori di diritti con autorità sulle loro terre. Sebbene il linguaggio sembri neutrale, esso maschera spesso relazioni di potere diseguali. Anche i progetti benintenzionati possono riprodurre gerarchie antiche se le comunità vengono consultate solo dopo che le priorità sono state fissate o se la partecipazione è limitata all’implementazione piuttosto che alla decisione.
Il problema delle aree protette e la protezione dei diritti locali
Il documento esamina con particolare attenzione l’attuale spinta per espandere le aree protette affinché coprano il 30% del pianeta entro il 2030. Gli autori sostengono che, in linea di principio, questo obiettivo potrebbe supportare forme di conservazione più pluralistiche, comprese le terre gestite dagli indigeni e le riserve comunitarie. In pratica, tuttavia, i paesi privi di meccanismi legali per riconoscere i diritti consuetudinari sulla terra possono ricorrere a modelli guidati dallo stato, replicando così ingiustizie passate. Il successo della conservazione, misurato attraverso indicatori ecologici, può presentare costi sociali elevati quando i diritti umani vengono considerati come secondari.
Uno degli aspetti chiave che gli autori analizzano è il modo in cui le narrazioni di conservazione attribuiscono valore agli animali e alle persone. Le campagne rivolte a pubblico europeo e nordamericano spesso si concentrano sul valore morale degli animali, a volte in modi che svalutano implicitamente le vite delle persone che vivono accanto alla fauna selvatica. Quando un conflitto uomo-fauna provoca ferite o morti, la sofferenza locale può ricevere poca attenzione, mentre l’uccisione di un animale carismatico può suscitare indignazione globale. Queste asimmetrie non sono casuali; riflettono processi più profondi di “altruiizzazione” che determinano le vite che vengono riconosciute come degne di protezione.
