Ragazzi e violenza: analisi delle cause dietro il fenomeno degli omicidi giovanili.
Giovani e violenza: un fenomeno complesso
Negli ultimi mesi, casi di omicidi perpetrati da giovanissimi hanno messo in allerta l’Italia. Giacomo Bongiorni è stato ucciso a Massa la notte tra l’11 e il 12 aprile, e Bakari Sako a Taranto il 9 maggio. Entrambi gli omicidi sono stati commessi da bande giovanili, composte anche da minorenni. Questo solleva interrogativi urgenti sul comportamento dei giovani e sulla società in cui vivono.
Una gioventù in crisi?
La reazione immediata potrebbe essere quella di etichettare questi giovani come parte di una generazione allo sbando, incapace di riconoscere i confini tra giusto e sbagliato. Ma la storia è costellata di eventi simili, dai crimini di Pietro Maso nel 1991 fino all’omicidio di Erika De Nardo, che ci ricordano che dietro questi atti esistono motivazioni più profonde e complesse.
La dottoressa Barbara Fabbroni, esperta in psicologia e criminologia, sottolinea che spesso non ci sono sole storie di emarginazione dietro a questi giovani assassini. “Non sempre i giovani che commettono omicidi provengono da contesti difficili. Ci sono dinamiche sociali, mentali e educative che intrecciano tra loro diversi fattori, rendendo difficile scorgere un quadro chiaro,” spiega Fabbroni.
L’influenza dei social media e dell’educazione emotiva
La psicologa evidenzia il ruolo dei social media e della cultura della rabbia tra i fattori che possono portare a esplosioni di violenza. Secondo dati del Servizio Analisi Criminale (Criminalpol), gli omicidi commessi da minori in Italia sono aumentati del 150% in un anno, rappresentando il 12% del totale.
Fabbroni chiarisce che la famiglia è un “laboratorio emotivo” fondamentale, ma non deve affrontare queste sfide da sola. “La scuola dovrebbe diventare un presidio di prevenzione psicologica, non solo un luogo di trasmissione del sapere,” afferma, suggerendo un cambiamento culturale nell’educazione per affrontare queste problematiche.
L’importanza dell’ascolto e della relazione
L’alfabeto emotivo è la chiave per comprendere questi giovani. Molti di loro, pur essendo esperti nell’uso dei social e della tecnologia, non sanno gestire le emozioni che li aggrediscono, come la rabbia e l’isolamento. “Immaginate un giovane che non riesce a tollerare il rifiuto, e questa rabbia diventa un gesto impulsivo. Questo si chiama acting out: il comportamento come surrogato del pensiero,” spiega Fabbroni.
Come affermato da Daniel Goleman nel suo libro “Intelligenza Emotiva”, “Quando le emozioni sopravanzano la ragione, l’individuo è in balia di se stesso”. La mancanza di capacità empatica può portare a conseguenze tragiche, come gli omicidi di Massa e Taranto, che rivelano una violenza impulsiva, dove il gesto estremo sgorga da conflitti irrisolti.
L’analisi di casi specifici
Parlando di casi come quello di Paderno Dugnano, Fabbroni sottolinea la complessità psicologica del fenomeno. “Non possiamo trattare i vari crimini come variazioni dello stesso tema; ogni caso porta con sé un linguaggio unico,” specifica, affermando che la violenza relazionale tra giovani è più visibile e potenzialmente prevenibile rispetto a crimini più isolati.
Anche se i fattori sociali e culturali giocano un ruolo importante, la chiave di volta è la qualità delle relazioni. “I giovani che crescono in un ambiente isolato affettivamente, indipendentemente dal loro status socio-economico, rischiano di diventare adulti incapaci di gestire le emozioni,” spiega Fabbroni, richiamando l’attenzione sulla necessità di dare ascolto ai segnali di crisi emotiva.
Prevenzione e sensibilizzazione
Segnali d’allerta esistono e includono l’incapacità di tollerare frustrazioni, l’assenza di empatia, e comportamenti aggressivi ripetuti. “Il segnale più preoccupante è quello di giovani che smettono di parlare e ritengono che la violenza sia l’unica via d’uscita,” avverte Fabbroni.
Per affrontare questa emergenza sociale, è essenziale un cambio di paradigma che punti a creare una rete di supporto tra famiglia, scuola e istituzioni. Dando ascolto e spazi di espressione alle emozioni, si può costruire una società più empatica e sicura.
L’Italia ha bisogno di un impegno collettivo per prevenire il crescente numero di omicidi tra giovanissimi, curando l’aspetto educativo e relazionale per evitare che la storia si ripeta.
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