L’armadio pieno e la sensazione di non avere niente da mettere: perché compriamo abiti per una vita che non facciamo
A rendere il fenomeno ancora più interessante è il rapporto tra acquisti ed emozioni. Comprare qualcosa di nuovo può regalare una gratificazione immediata, offrire una distrazione dalla noia o dare la sensazione di avere il controllo in un momento complicato. Non significa che ogni acquisto sia una forma di compensazione psicologica, ma che, in alcune circostanze, lo shopping può diventare un modo per modificare temporaneamente il proprio umore.
A questo si aggiunge la pressione esercitata dalle immagini che vediamo ogni giorno. Pubblicità, social network e contenuti dedicati alla moda mostrano continuamente nuovi modelli di stile e suggeriscono che esista sempre una versione migliore di noi da raggiungere. Un guardaroba aggiornato può sembrare il primo passo per avvicinarsi a quell’immagine, anche quando non corrisponde ai nostri gusti o alle nostre reali esigenze.
Le occasioni speciali hanno un ruolo altrettanto importante. Molte persone conservano abiti costosi perché indossarli soltanto una volta sembra uno spreco, oppure evitano di utilizzarli nella vita quotidiana perché li considerano troppo belli. Il risultato è paradossale: si possiedono oggetti acquistati per essere indossati, ma si finisce per proteggerli dall’uso.
Anche il corpo che cambia può influenzare il rapporto con i vestiti. Conservare capi che non vestono più può alimentare l’idea che il guardaroba debba aspettare il ritorno a una forma precedente, trasformando un oggetto in un promemoria di aspettative e insoddisfazioni. Liberarsene, per alcune persone, può significare accettare un cambiamento; per altre, invece, può essere difficile proprio perché quei vestiti rappresentano ricordi o periodi importanti della vita.
