Madhav Gadgil, sostenitore della conservazione democratica, è scomparso all’età di 83 anni.
Gadgil costruì una critica ampia, influenzata da ciò che definiva l’attenzione di uno “scienziato del popolo” alla vita reale. La sua sfiducia nei confronti di un tipo di conservazione elitario e centralizzato lo portò a promuovere un modello che trattasse le persone come parte degli ecosistemi, piuttosto che come problemi da allontanare. Si sentì deluso dai programmi che promettevano inclusione ma portavano a esclusione, e osservò che le riserve come il Nilgiris Biosphere Reserve, costituite nel 1986, erano una mera insieme di aree protette che allontanavano le persone dalla scienza.
La lotta che lo rese famoso iniziò nel 2011, quando presiedette il Western Ghats Ecology Expert Panel. Il rapporto presentò misure restrittive per la catena montuosa e una procedura di consultazione dal basso. Le linee guida erano chiare: limitare l’estrazione mineraria, ripensare le nuove strade e le ferrovie nelle zone più sensibili, e richiedere decisioni a livello di villaggio. Le autorità governative non accolsero bene le sue proposte e un altro comitato fu istituito. Il rapporto, purtroppo, divenne sinonimo di vincolo e il nome di Gadgil iniziò a risultare irritante per alcuni settori.
Ancora un volta, Gadgil non mostrò interesse a essere conciliante. Quando le sue proposte venivano liquidate come impraticabili, rispondeva con una domanda provocatoria: “Cosa c’è di pratico nel calpestare le leggi e sabotare la democrazia?” Per lui, il vero scandalo non era il disaccordo, ma la facilità con cui le regole venivano aggirate a favore dello “sviluppo” e l’aspettativa che i villaggi dovessero accettare in silenzio le conseguenze.
