Il peggior nemico di Elon Musk in tribunale è lui stesso.
Riflessioni dichiarative e interrogatori difficili
Già nel 2016, Musk esprimeva preoccupazioni riguardo OpenAI come organizzazione non-profit. In un’email a un collega, scriveva: “Deepmind sta procedendo molto rapidamente. Sono preoccupato che OpenAI non sia sulla strada per recuperare. Configurarlo come non-profit potrebbe, col senno di poi, essere stata una scelta sbagliata”. Quando Savitt gli ha chiesto di chiarire, Musk rispondeva con evasività, definendo quelle ipotesi come “speculazioni”.
Il cross-examination di Savitt è stato intenso, con Musk che si rifiutava di ammettere di sapere che interrompere le donazioni a OpenAI avrebbe creato pressioni finanziarie. Eppure, emerse una realtà dolorosa: Musk ha mantenuto una narrativa ripetuta sulla sua impressione che OpenAI stesse “rubando una carità” e “saccheggiando una non-profit”.
Riflettendo sulla fiducia persa
Musk ha sottolineato: “Avevo perso fiducia in Altman e temevo che stessero cercando di rubare la carità”. E ha concluso: “Si è rivelato vero”.
In fase di cross, ha minimizzato il suo approccio verso l’organizzazione, affermando di aver letto solo la prima sezione della documentazione riguardo la struttura proposta per OpenAI. Quando Savitt ha chiesto se avesse sollevato obiezioni, Musk ha ammesso: “Non ho letto oltre quella prima parte”.
Musk ha cercato di rendere il processo il più complesso possibile per Savitt, ma nel contempo ha reso difficile l’udienza anche per i giurati, il cui sguardo di frustrazione era evidente. Nella sua testimonianza, ha mostrato una mancanza di coerenza, confondendo le regole del tempo e negando di comprendere il suo stato di direttore prima della dimissione.
Questa testimonianza esplosiva di Elon Musk continua a scatenare dibattiti e domande sull’operato di OpenAI e sul futuro delle relazioni tra i suoi fondatori. Le ricadute di questo processo potrebbero avere un impatto duraturo su aziende e fondazioni nel settore della tecnologia.
Fonti:
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