Dipingere, viaggiare, studiare, creare: il valore di tornare a fare ciò che ci piace
Anche viaggiare può diventare una forma di riscoperta personale.
Non necessariamente un grande viaggio dall’altra parte del mondo. Può essere una città mai visitata, un weekend da sole, un museo in un luogo vicino, un piccolo paese raggiunto senza un programma preciso.
Viaggiare interrompe la routine e costringe a guardare le cose da una prospettiva diversa. Ci ricorda che esistono possibilità che non avevamo considerato e che possiamo ancora sorprenderci.
E soprattutto permette di tornare a essere, almeno per qualche giorno, semplicemente noi stesse: senza il ruolo di madre, compagna, professionista, figlia o persona che deve occuparsi continuamente degli altri.
Studiare non ha età
C’è anche chi sente il bisogno di tornare sui libri.
Imparare qualcosa di nuovo dopo i quarant’anni, cinquanta o sessant’anni non significa necessariamente cercare un nuovo lavoro o ottenere un titolo. Può voler dire coltivare una curiosità rimasta a lungo in sospeso.
Storia dell’arte, psicologia, fotografia, cucina, filosofia, astronomia, una lingua straniera: non esiste un’età giusta per cominciare.
Anzi, studiare da adulti può avere un significato completamente diverso. Non si impara più soltanto perché bisogna farlo, ma perché si è scelto di farlo.
E questa differenza può cambiare completamente il rapporto con la conoscenza.
Creare significa anche ascoltarsi
Dipingere, scrivere, cucinare, lavorare a maglia, fare ceramica, fotografare o realizzare qualcosa con le proprie mani hanno un elemento in comune: permettono di creare invece di consumare.
In un quotidiano fatto spesso di schermi, notifiche e contenuti da guardare velocemente, dedicarsi a un’attività creativa significa rallentare.
Le mani lavorano, la mente si concentra e il tempo sembra assumere un ritmo diverso.
Non importa quale sia il risultato finale. Anche una torta imperfetta, un disegno non riuscito o una fotografia venuta male possono avere un valore: sono qualcosa che abbiamo fatto noi.
La parte di noi che avevamo messo in pausa
Forse il punto non è nemmeno trovare una nuova passione.
A volte è sufficiente ricordarsi di una vecchia passione.
Quella che avevamo quando eravamo ragazze. Quella che abbiamo abbandonato perché non sembrava abbastanza utile. Quella che ci faceva perdere la cognizione del tempo.
Riprenderla può essere un piccolo viaggio nel passato, ma anche un modo per scoprire che nel frattempo siamo cambiate.
Non siamo più la persona che eravamo allora. Abbiamo nuove esperienze, nuovi gusti, nuove consapevolezze. E quella stessa passione può assumere un significato completamente diverso.
Non è tempo sottratto agli altri
Uno dei sensi di colpa più frequenti, soprattutto per le donne, è quello di dedicare tempo a se stesse.
Come se ogni ora spesa per un interesse personale fosse un’ora sottratta alla famiglia, al lavoro o alle responsabilità.
Ma prendersi uno spazio personale non significa amare meno gli altri.
Significa riconoscere che anche i propri desideri hanno diritto a esistere.
Avere qualcosa che ci appartiene soltanto può aiutarci a sentirci più presenti, più curiose e persino più energiche nella vita quotidiana.
La domanda da farsi è semplice
Forse non serve chiedersi cosa dovremmo fare.
La domanda più interessante è: che cosa mi piacerebbe fare se non dovessi dimostrare niente a nessuno?
La risposta potrebbe essere sorprendente.
Potrebbe essere imparare a dipingere. Prenotare quel viaggio. Iscriversi finalmente a un corso. Tornare a leggere. Iniziare a scrivere. Imparare una lingua. Coltivare un orto. Ballare. Fotografare.
Qualunque cosa sia, non deve necessariamente avere uno scopo.
Perché alcune attività non servono a diventare migliori, più produttive o più efficienti.
Servono semplicemente a ricordarci chi siamo.
