Frana tra Nepal e Tibet, cosa c’entra il cambiamento climatico?

Pubblicato il da Luigi Salemi - aggiornato il - Green

Frana tra Nepal e Tibet, cosa c’entra il cambiamento climatico?

Il collasso di ghiaccio e roccia ha provocato una devastante alluvione: il riscaldamento globale può aumentare l’instabilità delle montagne

La devastante frana che il 26 agosto ha colpito l’area al confine tra Nepal e Tibet ha riportato l’attenzione su un fenomeno sempre più studiato dagli scienziati: il legame tra cambiamento climatico e instabilità delle montagne.

La dinamica dell’evento è stata ricostruita attraverso immagini satellitari e dati sismici. Una grande massa di ghiaccio e roccia si è staccata nell’area del Langtang Lirung, precipitando verso valle e provocando una gigantesca colata di acqua, fango e detriti che ha investito il corso del fiume Lhende Khola, raggiungendo le aree abitate del Nepal e del Tibet. Il collasso stesso ha inoltre generato un segnale sismico inizialmente interpretato come possibile terremoto.

Perché il clima che cambia può rendere le montagne più fragili

Il cambiamento climatico non provoca automaticamente una frana. Il rapporto è più complesso. L’aumento delle temperature sta però modificando profondamente gli ambienti di alta montagna.

I ghiacciai si ritirano, il permafrost tende a scongelarsi e i cicli di gelo e disgelo diventano più irregolari. Il permafrost è particolarmente importante perché il ghiaccio presente nelle fratture delle rocce contribuisce a mantenerle stabili. Quando il terreno si riscalda e il ghiaccio fonde, alcuni versanti possono diventare più vulnerabili ai cedimenti.

Gli esperti sottolineano proprio questo elemento: il riscaldamento delle alte quote può contribuire a destabilizzare ghiaccio e roccia, aumentando la probabilità di frane, valanghe e collassi glaciali.

Dal ghiacciaio alla piena improvvisa

Il pericolo non arriva soltanto dalla frana. Quando enormi quantità di ghiaccio, neve e roccia precipitano in una valle, possono ostruire temporaneamente un corso d’acqua, creando una sorta di diga naturale.

Se questa barriera cede, l’acqua può riversarsi improvvisamente verso valle insieme a fango e detriti. Sono fenomeni conosciuti come GLOF, acronimo di Glacial Lake Outburst Flood, cioè alluvioni provocate dal cedimento improvviso di laghi glaciali.

In un territorio montuoso e densamente attraversato da fiumi come l’Himalaya, una massa d’acqua liberata improvvisamente può percorrere grandi distanze e raggiungere rapidamente villaggi, strade e infrastrutture.

L’Himalaya è una delle aree più vulnerabili

L’Himalaya è particolarmente esposto perché qui l’aumento delle temperature sta modificando rapidamente ghiacciai e ambienti d’alta quota. Il problema non riguarda soltanto le montagne: milioni di persone vivono nelle vallate e dipendono dai corsi d’acqua che nascono dalle aree glaciali.

Inoltre, il territorio è già soggetto a forti piogge monsoniche, frane e terremoti. Il cambiamento climatico si inserisce quindi in un sistema naturale già caratterizzato da numerosi fattori di rischio.

Secondo gli esperti, proprio l’interazione tra questi elementi rende sempre più importante monitorare ghiacciai, laghi glaciali e versanti instabili.

Non significa che ogni frana sia colpa del clima

È importante evitare semplificazioni. Non è scientificamente corretto affermare che la singola frana in Nepal sia stata provocata esclusivamente dal cambiamento climatico.

L’evento ha avuto una dinamica complessa e gli scienziati stanno ancora studiando tutti i fattori che hanno contribuito al collasso. Tuttavia, il riscaldamento globale può creare condizioni che rendono più instabili gli ambienti glaciali e di alta montagna.

Il punto centrale, quindi, non è chiedersi se il cambiamento climatico abbia “causato” quella singola frana, ma comprendere come un pianeta più caldo possa aumentare la vulnerabilità di territori già esposti a fenomeni naturali estremi.

Un campanello d’allarme per il futuro

La tragedia del Nepal e del Tibet mostra quanto sia importante investire in sistemi di monitoraggio e di allerta precoce. Satelliti, sensori, osservazioni sul terreno e sistemi di comunicazione possono aiutare a individuare i segnali di instabilità e, quando possibile, a mettere in salvo le popolazioni prima che l’acqua e i detriti raggiungano le vallate.

La crisi climatica, dunque, non significa soltanto temperature più alte. Significa anche montagne che cambiano, ghiacciai che arretrano e nuovi rischi per le comunità che vivono a valle. L’Himalaya rappresenta uno dei luoghi nei quali questa trasformazione è oggi più evidente.

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