Maturità: è giusto valutare una persona con un solo voto?
Il Rischio di Misurare la Crescita Personale
Ogni insegnante sa bene che il voto è concepito per valutare prestazioni e competenze specifiche. Trasformare la maturazione individuale in un numero rischia di oltrepassare i confini della valutazione didattica, entrando in un campo più ambiguo: quello del giudizio sulla persona. Possiamo davvero attribuire un numero al percorso esistenziale e relazionale di uno studente? La scuola dovrebbe sostenere questa crescita, piuttosto che tentare di misurarla come una qualsiasi competenza.
L’esame ha storicamente rappresentato un rito di passaggio, un simbolo della transizione dall’adolescenza all’età adulta, ma oggi rischia di ridursi a una mera performance finale. Questa logica appartiene a una scuola che valorizza la prestazione e la selezione, piuttosto che l’autenticità e la complessità dell’individuo. In poche ore, l’intero percorso di studi viene ridotto a un’unica valutazione, che non può mai riflettere adeguatamente la ricchezza esperienziale dello studente.
Il problema non si limita alla nuova visione della maturità. Lo ritroviamo anche nelle innovazioni introdotte negli ultimi anni, come l’alternanza scuola-lavoro, che ha spesso trasmesso il messaggio che i giovani debbano essere immediatamente utili e sfruttabili nel sistema produttivo. Anche l’educazione civica, che dovrebbe essere uno spazio di riflessione etica e politica, viene limitata alla fredda quantificazione del voto. L’orientamento, invece di favorire l’esplorazione dell’identità individuale, diventa una burocrazia di moduli e requisti.
